Come dare un senso alla vita
Esiste un diritto di morire?
Esiste un diritto di morire? Si può legittimamente programmare la propria
morte, facendosi aiutare da un medico? Ognuno di noi ha sicuramente il diritto
di essere riconosciuto come soggetto della propria vita fino alla fine, anche
in punto di morte. Perché anche la morte fa parte della condizione umana e, un
giorno o l´altro, ci ritroveremo tutti lì, magari impotenti di fronte alle
decisioni che altri vorranno prendere al nostro posto, cercando di essere
rispettati almeno un´ultima volta, soprattutto quando non c´è più niente da
fare… Non per questo, però, si deve poi banalizzare la questione
dell´eutanasia, e pensare che non ci sia nessuna differenza tra il lasciar
morire e il far morire, il suicidio e il suicidio assistito.
È per questo che in Francia, dal 2005, esiste una legge che cerca di mettere un
po´ di ordine all´interno del dibattito sull´eutanasia e che distingue in modo
chiaro il suicidio assistito, che resta illegale, dalla fine di ogni tipo di
accanimento terapeutico – anche se poi interrompere le cure ha come conseguenza
la morte del paziente. Abbandonando il tradizionale paternalismo, la Francia accetta l´idea che
ogni persona abbia il diritto di esprimere il proprio punto di vista e che il
medico non debba imporre a nessuno la propria concezione della morale: le cure
possono essere interrotte o mai intraprese se un paziente lo richiede, quando è
in fase terminale di una malattia incurabile. Il medico può inoltre, sempre in
accordo con il malato e la famiglia, somministrare forti dosi di analgesico per
lenire la sofferenza, anche se la somministrazione "può avere come effetto
secondario il fatto di accorciarne la vita", come si legge all´art. 2
della legge del 22 aprile 2005. Invece di proclamare in modo astratto il valore
inalienabile della vita, la legge francese cerca di prendere in considerazione
la specificità individuale di ogni malato, anche se non ammette, come è invece
il caso della Svizzera, di "far morire" coloro che, in determinate
condizioni, lo domandano.
Che dire allora di fronte al suicidio assistito di Lucio Magri? Pare che la
depressione del fondatore del Manifesto fosse profonda e incurabile. Pare che
Magri fosse scivolato nel baratro della disperazione dopo la morte della
moglie. Pare che volesse farla finita. Che di fronte all´abisso ormai
incolmabile tra quello in cui credeva e la realtà, la vita gli fosse diventata
insopportabile. Ma cosa chiede esattamente una persona che dice di "voler
morire"? Si può rispondere con un atto, ad una domanda che a volte
"chiede altro"? Perché tante volte dietro al "voglio farla
finita" c´è una moltitudine di cose. C´è la delusione di chi avrebbe
voluto che la realtà fosse diversa. C´è lo sconforto della solitudine. C´è il
bisogno di un ascolto vero… Tutte quelle cose che la morte non dà, perché con
la morte tutto finisce e non c´è più la possibilità di tornare indietro. Al
contempo, se la morte sembra l´unica possibilità per mettere un termine ad una
sofferenza che non si sopporta più, si può semplicemente decidere che "non
si fa", perché la vita è "sacra"? Il padre della psicanalisi,
Freud, ci ha insegnato che talvolta il suicidio è l´unica via d´uscita per non
morire psichicamente. In casi come questi, quando la domanda è lucida,
ripetuta, confermata più volte, perché un medico non dovrebbe aiutare una
persona a partire, invece di obbligarla a vivere una vita che, per chi chiede
di andarsene, non vale più la pena di essere vissuta?
Le domande sono tante. E non è facile trovare delle risposte. Come sempre,
quando si è di fronte a quello che gli specialisti chiamano un "dilemma
morale", la buona soluzione non esiste. Perché è difficile chiedere ad un
medico, la cui vocazione è in fondo quella di "far vivere", di essere
poi anche capace, in determinate circostanze, di "far morire". Ma è
anche difficile dire a chi non vuole più vivere: dai, un piccolo sforzo! non ti
rendi conto che non spetta a te decidere come e quando andartene? Perché non
esiste un "diritto di morire". Su questo punto non ci sono dubbi. Ce
lo ha recentemente ricordato anche la
Corte europea dei Diritti dell´Uomo. Ma non esiste nemmeno un
"dovere di vivere", né un "dovere di far vivere".
Soprattutto quando una persona ha deciso altrimenti. Nei Fratelli Karamazov,
Dostoevskij scriveva: "Ama la vita più del senso, e anche il senso
troverai". Ma quando la vita non la si ama proprio più, come si fa a darle
ancora un senso?
Repubblica 30.11.11
Come dare un senso alla vita
Esiste un diritto di morire?
di Michela Marzano
Esiste un diritto di morire? Si può legittimamente programmare la propria
morte, facendosi aiutare da un medico? Ognuno di noi ha sicuramente il diritto
di essere riconosciuto come soggetto della propria vita fino alla fine, anche
in punto di morte. Perché anche la morte fa parte della condizione umana e, un
giorno o l´altro, ci ritroveremo tutti lì, magari impotenti di fronte alle
decisioni che altri vorranno prendere al nostro posto, cercando di essere
rispettati almeno un´ultima volta, soprattutto quando non c´è più niente da
fare… Non per questo, però, si deve poi banalizzare la questione
dell´eutanasia, e pensare che non ci sia nessuna differenza tra il lasciar
morire e il far morire, il suicidio e il suicidio assistito.
È per questo che in Francia, dal 2005, esiste una legge che cerca di mettere un
po´ di ordine all´interno del dibattito sull´eutanasia e che distingue in modo
chiaro il suicidio assistito, che resta illegale, dalla fine di ogni tipo di
accanimento terapeutico – anche se poi interrompere le cure ha come conseguenza
la morte del paziente. Abbandonando il tradizionale paternalismo, la Francia accetta l´idea che
ogni persona abbia il diritto di esprimere il proprio punto di vista e che il
medico non debba imporre a nessuno la propria concezione della morale: le cure
possono essere interrotte o mai intraprese se un paziente lo richiede, quando è
in fase terminale di una malattia incurabile. Il medico può inoltre, sempre in
accordo con il malato e la famiglia, somministrare forti dosi di analgesico per
lenire la sofferenza, anche se la somministrazione "può avere come effetto
secondario il fatto di accorciarne la vita", come si legge all´art. 2
della legge del 22 aprile 2005. Invece di proclamare in modo astratto il valore
inalienabile della vita, la legge francese cerca di prendere in considerazione
la specificità individuale di ogni malato, anche se non ammette, come è invece
il caso della Svizzera, di "far morire" coloro che, in determinate
condizioni, lo domandano.
Che dire allora di fronte al suicidio assistito di Lucio Magri? Pare che la
depressione del fondatore del Manifesto fosse profonda e incurabile. Pare che
Magri fosse scivolato nel baratro della disperazione dopo la morte della
moglie. Pare che volesse farla finita. Che di fronte all´abisso ormai
incolmabile tra quello in cui credeva e la realtà, la vita gli fosse diventata
insopportabile. Ma cosa chiede esattamente una persona che dice di "voler
morire"? Si può rispondere con un atto, ad una domanda che a volte
"chiede altro"? Perché tante volte dietro al "voglio farla
finita" c´è una moltitudine di cose. C´è la delusione di chi avrebbe
voluto che la realtà fosse diversa. C´è lo sconforto della solitudine. C´è il
bisogno di un ascolto vero… Tutte quelle cose che la morte non dà, perché con
la morte tutto finisce e non c´è più la possibilità di tornare indietro. Al
contempo, se la morte sembra l´unica possibilità per mettere un termine ad una
sofferenza che non si sopporta più, si può semplicemente decidere che "non
si fa", perché la vita è "sacra"? Il padre della psicanalisi,
Freud, ci ha insegnato che talvolta il suicidio è l´unica via d´uscita per non
morire psichicamente. In casi come questi, quando la domanda è lucida,
ripetuta, confermata più volte, perché un medico non dovrebbe aiutare una
persona a partire, invece di obbligarla a vivere una vita che, per chi chiede
di andarsene, non vale più la pena di essere vissuta?
Le domande sono tante. E non è facile trovare delle risposte. Come sempre,
quando si è di fronte a quello che gli specialisti chiamano un "dilemma
morale", la buona soluzione non esiste. Perché è difficile chiedere ad un
medico, la cui vocazione è in fondo quella di "far vivere", di essere
poi anche capace, in determinate circostanze, di "far morire". Ma è
anche difficile dire a chi non vuole più vivere: dai, un piccolo sforzo! non ti
rendi conto che non spetta a te decidere come e quando andartene? Perché non
esiste un "diritto di morire". Su questo punto non ci sono dubbi. Ce
lo ha recentemente ricordato anche la
Corte europea dei Diritti dell´Uomo. Ma non esiste nemmeno un
"dovere di vivere", né un "dovere di far vivere".
Soprattutto quando una persona ha deciso altrimenti. Nei Fratelli Karamazov,
Dostoevskij scriveva: "Ama la vita più del senso, e anche il senso
troverai". Ma quando la vita non la si ama proprio più, come si fa a darle
ancora un senso?
Repubblica 30.11.11

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