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Chi rappresenta il popolo sovrano

Il governo dei moderni non è definito dalle elezioni in sé, bensì dal rapporto tra partecipazione e rappresentanza (tra società e Stato) che le elezioni istituiscono



Pubblichiamo parte dell'introduzione del libro Democrazia rappresentativa di Nadia Urbinati, in uscita in questi giorni.

Sebbene Atene sia la pietra di paragone classica delle nostre riflessioni sulla democrazia, l' idea che la rappresentanza sia antitetica alla democrazia non trae origine da un parallelismo con Atene. Pur ponendo l' accento sulla modernità della repubblica rappresentativa, per esempio, gli autori dei Federalist Papers non sostenevano un' incompatibilità di principio tra democrazia antica e rappresentanza; anzi, riconobbero perfino che ad Atene si faceva ricorso a un metodo di tipo rappresentativo in alcuni ambiti statali. Analogamente, il democratico Thomas Paine basò la sua difesa della democrazia sul concetto di continuità tra democrazia antica e moderna, nonostante la seconda soltanto si presentasse in forma rappresentativa. Da dove deriva allora la teoria dell' incompatibilità? La tesi dell' incompatibilità (tra democrazia e rappresentanza) è figlia - figlia adottiva - della moderna dottrina della sovranità. Le sue coordinate concettuali si trovano al cuore della teoria del governo delineata da Montesquieu e da Rousseau, i primi teorici a sostenere esplicitamente (per ragioni e con scopi diversi) l' esistenza di un' irriducibile tensione tra democrazia, sovranità e rappresentanza. I due pensatori affrontarono i problemi dell' identità del sovrano e dell' esercizio del potere sovrano in modo differente, giungendo tuttavia a conclusioni sorprendentemente simili. Montesquieu, il mentore del governo liberale rappresentativo, scisse la rappresentanza dalla democrazia, laddove Rousseau, il mentore della legislazione diretta quale principio della legittimità politica, separò la rappresentanza dalla sovranità. Il primo sostenne che uno Stato in cui il popolo delegava il proprio "diritto di sovranità" non potesse essere democratico e dovesse essere classificato tra le specie di governi misti, invero un' aristocrazia eletta. Il secondo invece considerava uno Stato siffatto non politico sin dalla sua origine e illegittimo, in quanto gli individui, perdendo il potere di votare direttamente sulle leggi, perdevano la loro libertà politica: a meno che i cittadini non fossero i legislatori, non esisteva qualcosa come la cittadinanza. L' incompatibilità tra rappresentanza e democrazia è stata tradizionalmente derivata da un' idea di democrazia che esclude a priori forme indirette di azione politica ed è arroccata in una concezione volontaristica e decisionista della sovranità. Di qui la conclusione che la rappresentanza, pur agevolando il processo decisionale politico negli Stati grandi, non sia un metodo democratico perché sostituisce la volontà sovrana, la quale non può essere rappresentata, e fa sì che gli individui siano politicamente attivi soltanto il giorno in cui si rendono schiavi, come dice Rousseau degli inglesi nel Contratto sociale. Non è dunque Atene l' origine della dottrina dell' incompatibilità. Sia i fautori che i critici dell' incompatibilità tra rappresentanza e democrazia, allorché descrivono il governo rappresentativo come una violazione dell' autonomia politica, presuppongono una sovranità diretta e anzi una dottrina della sovranità intesa come volontà. Da questo punto di vista, l' idea secondo cui la rappresentanza non necessariamente viola la presenza del popolo sembra quanto meno irragionevole e la conclusione che la rappresentanza viola la democrazia appare prevedibile e preordinata. Altrettanto prevedibile è l' idea che, nonostante il progresso democratico nel XIX e nel XX secolo, una "democrazia rappresentata", ancorché praticabile tecnicamente, sia un ossimoro, laddove la democrazia indiretta, pur essendo la norma, è impraticabile. Il mio intento è mettere in discussione questa concezione della democrazia, condivisa dagli scettici sia della democrazia "pura" che di quella "rappresentativa". Il governo dei moderni non è definito dalle elezioni in sé, bensì dal rapporto tra partecipazione e rappresentanza (tra società e Stato) che le elezioni istituiscono. Il fattore cruciale della rappresentanza è il rapporto tra il dentro e il fuori delle istituzioni statali creato dalle elezioni.

 

Repubblica — 26 ottobre 2010

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