Cartagine, eterno prototipo per un «nemico perfetto»
Dall'Antica Roma all'ultimo conflitto in Libia
Il conflitto più lungo e più pericoloso che Roma abbia affrontato per assurgere
alle dimensioni di potenza imperiale fu quello con Cartagine. Esso si sviluppò
in due fasi nell'arco di oltre sessant'anni (264-201 a.C.) ed ebbe però un
epilogo ritardato (149-146 a.C.)
quando Roma, conquistato anche il Mediterraneo orientale, cercò daccapo lo
scontro con Cartagine e decise di estirparla. Il che avvenne con la distruzione
della gloriosa metropoli e l'asservimento degli abitanti nel 146 a.C. Se si considera che
il controllo del Mediterraneo occidentale era la premessa necessaria per
l'espansione imperiale a Oriente, ben si comprende l'importanza epocale della
partita giocatasi tra Roma e Cartagine, la sua durata, la sua ferocia, la
totale mancanza di mediazioni.
La conseguenza di questo stato di cose fu che Cartagine divenne sul piano
ideologico, e quindi propagandistico e storiografico, il nemico perfetto:
portatore di ferocia, slealtà, aridità culturale; e la guerra contro tale
nemico divenne il prototipo della «guerra giusta»; e la condotta romana il
prototipo della moderazione, dell'equilibrio, della lealtà. Questo si può
osservare sia nel racconto di Tito Livio della guerra contro Annibale (libri
XXI e seguenti), il quale scriveva sotto Augusto, sia nei Punica di Silio
Italico (oltre dodicimila versi!), ricco senatore col capriccio della poesia,
attivo nella seconda metà del I secolo d.C. L'invenzione della leggenda di
Attilio Regolo corrisponde perfettamente a questo cliché, come nota
efficacemente Richard Miles nel saggio Carthago delenda est appena uscito nelle
«Scie» Mondadori.
L'invenzione del nemico, nel senso della capacità di imporre un'immagine
demonizzante di esso (che funzioni sia durante la lotta sia dopo la vittoria),
è una delle armi più importanti nei conflitti di potenza. Basti pensare, per
fare un esempio che ha segnato di sé il secolo XX e di cui, tra breve, invece
nessuno più serberà memoria, alla demonizzazione dell'Urss da parte del
cosiddetto «mondo libero». Quel Paese svolse il ruolo di nemico perfetto,
intorno a cui costruire una sorta di leggenda nera. Oggi quel cumulo di falsità
ha vinto sul piano sia della mezza cultura sia della propaganda, mentre i
superstiti del naufragio comunista sono i più (inutilmente) zelanti nel dar
mano alla demonizzazione retroattiva.
Nel caso di Cartagine, la vicenda più desolante fu proprio la finale decisione
romana di creare comunque un incidente per procedere alla estirpazione del
nemico. Miles apre giustamente il suo libro per l'appunto con un efficace
capitolo che descrive le fasi finali della lotta e la ferocia dell'assedio e
della repressione romana.
Della creazione del nemico perfetto fa parte, anzi è parte essenziale, la
svalutazione della sua civiltà, onde presentare la prevalenza del vincitore
come il compimento della marcia trionfale del «bene» sul «male», della civiltà
sulla barbarie etc. Se — come è il caso di Cartagine — il nemico fu «semitico»
e «africano», il meccanismo demolitorio scatta con ancora maggiore facilità.
Grande fu la sorpresa (o, a seconda dei casi, l'imbarazzo) quando, nel 1964,
svariati anni dopo la sua morte, apparve postumo l'ultimo volume della Storia
dei Romani di Gaetano De Sanctis e si poté leggere la pagina in cui il grande
storico italiano chiosava, pur consapevole della ferocia della procedura
adottata, la distruzione di Cartagine come eliminazione di un «peso morto»
nella storia dell'umanità. E ribadiva che «solo liberata da questo peso morto»
l'Africa aveva potuto «entrare nello sviluppo civile dell'antichità». Per lui
«la scomparsa di Cartagine era una profonda esigenza storica»!
Quella pagina fu scritta dallo storico cattolico che tutti ammiriamo per il
rifiuto, con danno personale, di giurare fedeltà al fascismo, mentre finiva la Seconda guerra mondiale.
Circa nello stesso tempo (1943) uno storico tedesco, Joseph Vogt, che è stato
oggetto nel dopoguerra di smisurata venerazione, promuoveva un'opera collettiva
Roma e Cartagine che si apriva con un intervento dello stesso Vogt che
impostava la questione su cui tutti gli altri accademici convenuti dottamente
discettano: il conflitto tra Roma e Cartagine è stato finora impostato in
termini militari, «ma per l'odierna ricerca balza in primo piano una questione,
se sia stato decisivo il fattore dell'eredità razziale (Blutserbe) dei
rispettivi popoli». Era una dotta conventicola che sviluppava l'asserto
proferito da Alfred Rosenberg al congresso del partito nazista del settembre
1937: «Fu merito di Roma avere assestato il colpo mortale allo Stato semita di
Cartagine».
Qui siamo, beninteso, su di un piano più propriamente animalesco, ma colpisce
spiacevolmente che la trasposizione in termini «culturali» di queste premesse
razziali riemergesse nella pagina di un autorevole storico cattolico come
Gaetano De Sanctis. Non era una uscita isolata se si considera che nel gennaio
del 1947, l'allora
ministro dell'Istruzione Guido Gonella inaugurando all'Istituto di studi romani
l'anno accademico dei corsi superiori con una prolusione intitolata «Pace
romana e pace cartaginese» (metafora per contestare le dure clausole della pace
imposta all'Italia dai vincitori), evocasse ancora una volta il mito della
perfidia e dell'inferiorità punica. Da Cartagine — egli scriveva — non è venuta
al mondo antico alcuna forma spirituale durevole, «non voci di pensatori né
canti di poeti, ma solo le pratiche e aride formulazioni del trattato di
agricoltura di Magone» (che peraltro — converrebbe ricordare — i Romani si
affrettarono a tradurre, studiare e mettere a frutto). Non era una ragione
sufficiente, ammesso che fosse vero, per fare piazza pulita del nemico.
L'ironia della storia ha voluto che in quest'ultimo tempo della tormentata storia
del Nordafrica la vicenda si ripetesse, negli stessi luoghi, o quasi, in cui
avvenne l'antico sterminio: il rapace Sarkozy che «libera» la Libia rassomiglia, in
caricatura, a Scipione Emiliano, detto Africano minore, che assedia e distrugge
Cartagine nel nome della «libertà» e attraverso una «guerra giusta».
Questo genere di riflessioni non dev'essere frainteso nel senso del banale
capovolgimento dei ruoli, grazie al quale i vinti diventano automaticamente i
buoni. Ove vincitori, avrebbero trattato gli avversari alla stessa maniera.
Riflettendo sui conflitti di potenza che innervano l'intera vicenda storica del
mondo antico si può osservare che il presupposto di tali conflitti è che
l'obiettivo restava sempre quello della totale distruzione (prima o poi)
dell'avversario. Le paci erano soltanto tregue. Ma il nostro civilizzato
presente, non offre, a ben vedere, analogo scenario?
Corriere della Sera 12.9.11

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