Cari colleghi, è il momento giusto per rileggere Keynes
Per gli studiosi neoliberisti la grave crisi che stiamo attraversando è essenzialmente solo il portato di difetti di regolamentazione dei mercati finanziari e creditizi.
Per comprendere più a fondo la contrapposizione tra neoclassico-liberisti e keynesiano-interventisti (si veda l'articolo «Teoria in cerca di exit strategy» sul Sole 24 Ore di ieri) occorre partire dalla risposta teorica neoliberista alle tesi keynesiane che si erano affermate dopo la crisi del 1929. La controffensiva neoliberista si sviluppa in Italia a partire dagli anni 70, sulla scorta del dibattito tra la scuola di Chicago e la tradizione della sintesi neoclassica alla Modigliani.
Sul piano della politica fiscale, gli eredi della
tradizione keynesiana vengono criticati di volta in volta per avere
ignorato "l'effetto di spiazzamento", che la crescita del debito
pubblico genererebbe a danno degli investimenti privati, o per avere trascurato
l'effetto Barro-Ricardo, secondo cui una maggiore spesa pubblica verrebbe
automaticamente controbilanciata dall'aspettativa di un incremento della
tassazione nel futuro e dunque da meno consumi correnti. E così via, anche sul
piano della politica monetaria.
Secondo la ventata neoliberista che giunge sino a oggi, le politiche
fiscali e monetarie possono modificare Pil e occupazione solo (e forse) nel
breve periodo, causando nel lungo andare una grave perdita di benessere alla
collettività. Alberto Alesina, per esempio, e gli altri sostenitori italiani di
queste tesi ripetono di continuo che è molto meglio stabilire regole fisse,
fornire alle autorità una «strada sulla quale viaggiare», bloccando ogni
discrezionalità della politica economica. Francesco Giavazzi, Marco Pagano e
altri hanno anche cercato di argomentare la possibilità di «effetti keynesiani
di politiche fiscali non keynesiane», con particolare riferimento agli effetti
espansivi che scaturirebbero da manovre di rientro del debito e del deficit
pubblico.
Argomentazioni, queste, che hanno contribuito a far passare l'idea - più volte riecheggiata nel sito www.lavoce.info - che smantellare il settore pubblico, magari con il ricorso massiccio alle privatizzazioni, non produrrebbe costi sociali elevati e incentiverebbe le attività produttive. Tali tesi sono state poi sviluppate sino a concludere che le politiche fiscali espansive potrebbero determinare riduzioni del livello di equilibrio del reddito. Risultati sui quali pesano forti perplessità, anche perché essi si sarebbero registrati in presenza di spinte chiaramente di segno contrario rispetto alle politiche fiscali (per esempio, da parte del banchiere centrale). Per gli studiosi neoliberisti la grave crisi che stiamo attraversando è essenzialmente solo il portato di difetti di regolamentazione dei mercati finanziari e creditizi.
In effetti, un'intera fetta dell'accademia italiana -
prendendo le mosse principalmente dagli scritti di Garegnani, Graziani e
Pasinetti - ha mostrato grande diffidenza rispetto a questi sviluppi del
dibattito, ribadendo le critiche alla capacità del mercato di raggiungere
spontaneamente un qualche "tasso di disoccupazione di equilibrio", e
confermando la necessità di politiche fiscali discrezionali. Questi studi hanno
portato a una critica di quei risultati econometrici che ridimensionano la
portata del moltiplicatore keynesiano, e alla riaffermazione del principio per
cui il reddito e la disoccupazione tendono a fluttuare a causa di frequenti
shock, ai quali si può dare risposta con politiche fiscali efficaci nel breve e
nel lungo periodo. Al tempo stesso, diversi studi sulle cause della crisi hanno
posto l'attenzione sull'insufficienza della domanda aggregata scaturita dalle
riduzioni della quota di monte salari reale sul Pil degli ultimi decenni, e
dalle politiche pubbliche restrittive.
Sul piano della politica monetaria gli studiosi keynesiani hanno negato
le conclusioni del cosiddetto new consensus liberista, secondo cui la Bce dovrebbe limitarsi a
"muovere" il tasso di interesse in funzione di un determinato
livello-obiettivo del tasso di inflazione. Dall'insieme di questi scritti la
letteratura "eterodossa" sostiene la necessità di politiche espansive
(anche politiche industriali, in grado di incidere sul lato dell'offerta) e
interventi redistributivi sul piano fiscale, respinge le privatizzazioni e
invoca politiche monetarie coerenti con il sostegno allo sviluppo. La critica
ai parametri di Maastricht e alla politica "conservatrice" della Bce
sono un corollario di queste analisi. Così come un corollario è la recente
Lettera degli economisti contro le politiche di austerità e il rischio di
deflagrazione dell'area euro (si veda il Sole 24 Ore del 16 giugno).
Adesso gli economisti lontani dal mainstream rischiano difficoltà in
accademia. Eppure è certo che, quando la crisi torna a bussare alle porte,
gli economisti che hanno studiato Keynes non si lasciano cogliere impreparati.
http://www.ilsole24ore.com 15 luglio 2010

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