Cambiare dal basso
Idee e proposte per uscire dalla crisi dell’economia, della democrazia e dell’ambiente.
Per chi guarda alla crisi in corso dal punto di vista di
un mondo diverso alcune questioni già ampiamente dibattute in altre sedi
possono essere date per scontate. Innanzitutto, se c'è o ci sarà una
"ripresa" dalla crisi - il che è ancora da vedere - non sarà
granché; dei tre principali indicatori con cui si misura l'andamento
economico (Pil, profitti e occupazione), la ripresa potrà riguardare il Pil
di alcuni paesi, i profitti di una parte, e una parte soltanto, delle
imprese; ma sicuramente non riguarderà l'occupazione e i redditi da lavoro.
Meno che mai possiamo pensare di andare incontro a una nuova fase di
espansione economica, come quella dei cosiddetti "Trenta gloriosi"
(1945-1975); per lo meno nella parte del mondo che ci riguarda. Investimenti
e profitti sono ormai irreversibilmente disgiunti da occupazione e migliori
condizioni di lavoro.
Il pianeta Terra è sull'orlo di un baratro dovuto all'eccessivo consumo di
ambiente, sia dal lato del prelievo delle risorse che da quello
dell'emissione di scarti, residui e rifiuti. Crisi economica e crisi
ambientale sono indissolubilmente legate. Per questo, per garantire reddito e
condizioni di vita e di lavoro dignitose a tutti è necessario un profondo
cambiamento sia dei nostri modelli di consumo che dell'apparato produttivo
che li sostiene. Consumi e struttura produttiva sono indissolubilmente
legati: fonti energetiche rinnovabili, efficienza energetica, risparmio e
riciclo di suolo e di risorse, mobilità sostenibile e agricoltura biologica,
multiculturale, multifunzionale e a km0 sono i capisaldi del cambiamento
necessario. Questo cambiamento impone una radicale inversione di paradigma
nei processi economici, per sostituire alle economie di scala fondate su grandi
impianti e grandi reti di controllo economico e finanziario (come il ciclo
degli idrocarburi, dalla culla alla tomba) i principi del decentramento,
della diffusione, della differenziazione territoriale, dell'integrazione
attraverso un rapporto diretto, anche personale, tra produzione di beni o
erogazione di servizi e consumo. L'esigenza di rilocalizzare e
"territorializzare" produzioni e consumi riguarda ovviamente le
risorse e i beni fisici (gli atomi) e non l'informazione e i saperi (i bit);
ma questo corrisponde perfettamente al criterio guida di pensare globalmente
e agire localmente.
Le attuali classi dirigenti, sia politiche (di maggioranza e di opposizione)
che manageriali o imprenditoriali non sono attrezzate né sostanzialmente
interessate a un cambiamento del genere. La crisi potrebbe sviluppare
processi sia di compattazione autoritaria che di disgregazione del tessuto
connettivo dell'economia e della società. In entrambi i casi, pericolosi per
tutti. C'è pertanto bisogno di una diversa forza trainante, non solo per
essere realizzate, ma anche solo per concepire e progettare nelle loro
articolazioni qualsiasi trasformazione sostanziale.
Una forza del genere oggi non c'è, ma nel tessuto sociale di un pianeta
globalizzato si sono andate sviluppando nel corso degli ultimi due decenni
pratiche, esperienze, saperi e consapevolezze nuove, anche se prive di una
"voce" commisurata alla loro consistenza o di collegamenti
adeguati; sia per mancanza di risorse e di accesso ai media, sia, soprattutto,
per le loro caratteristiche ancora in gran parte locali o settoriali. Ma per
una riconversione di vasta portata non bastano la difesa, la rivendicazione e
il conflitto; servono anche progettualità, valorizzazione dei saperi e delle
competenze mobilitabili, aggregazione non solo dell'associazionismo, ma anche
di imprenditorialità e di presenze istituzionali. Una aggregazione del genere
delinea un perimetro variabile, ma essenziale, di una democrazia
partecipativa - compatibile e per molto tempo destinata a convivere con le
rappresentanze istituzionali tradizionali - le cui forme non potranno
necessariamente essere simili dappertutto.
Ho evitato finora di nominare termini come decrescita, democrazia a Km0,
conversione ecologica, socialismo, lotta di classe, partito e simili: parole
che possono dividere. Cercando di porre l'accento su quello che unisce o può
unire uno schieramento di idee, di pratiche e di organizzazioni più ampio
possibile. Qui di seguito, invece, prendo posizione su questioni che possono
non trovare più tutti d'accordo.
Innanzitutto ritengo che lo Stato e gli Stati siano la controparte e non gli
agenti di una trasformazione come quella delineata, che non può essere
governata o gestita, ma nemmeno progettata, dall'alto e in forma centralizzata.
Tanto meno possono svolgere un ruolo del genere la finanza internazionale o
gli organismi che la rappresentano a livello planetario o quelli in cui si
articola il loro potere.
In secondo luogo, ritengo sacrosanta e irrinunciabile la difesa dell'occupazione
e del reddito sui luoghi di lavoro, ma se si svolge senza mettere in
discussione logica e tipologia dei beni e dei servizi prodotti, al di fuori
di una prospettiva di riconversione della struttura produttiva e dei modelli
di consumo vigenti, è una lotta perdente. Per esempio non porta a nulla
chiedere che la Fiat
produca più auto, che ne produca di più in Italia, che produca modelli a più
alto valore aggiunto, cioè di lusso, che produca "auto ecologiche"
(peraltro un ossimoro). Per questo ritengo fulcro della riconversione il
passaggio dall'accesso individuale ai beni e ai servizi a forme sempre più
spinte di consumo condiviso. Non si tratta di "collettivizzare" i
consumi, ma di associarsi per migliorarne l'efficacia e ridurne i costi. Gli esempi
a portata di mano sono i Gas (gruppi di acquisto solidale) che nel corso
degli ultimi due anni si sono diffusi in modo esponenziale; quelli più
promettenti sono l'associazionismo per gestire il risparmio energetico,
installare impianti di energia rinnovabile o promuovere la mobilità
flessibile. È un modello che può investire tutti i servizi pubblici locali:
trasporti, energia, rifiuti, acque, manutenzione del territorio, welfare
municipale. E poi cultura, spettacolo, istruzione, formazione professionale e
permanente; ma anche riuso di beni dismessi o da dismettere, attraverso la
promozione di una cultura e di una pratica della manutenzione.
Certamente c'è bisogno di un quadro programmatico generale, non solo di
livello nazionale, ma anche internazionale. Ma in mancanza di soggetti e
agenti in grado o disponibili a farsene carico - e comunque impossibilitati a
realizzarlo nelle sue articolazioni territoriali - è a livello locale che si
gioca la partita; oggi un disegno programmatico generale può nascere solo dal
concorso di iniziative a carattere locale, ancorché concepite con un
approccio e un pensiero globali. Per questo la salvaguardia o la riconquista
di un ruolo fondamentale per i poteri locali - municipalità e i loro bracci
operativi - assume una valenza strategica generale: cosa che la campagna
contro la privatizzazione dell'acqua ha messo in evidenza.
Niente a che fare con il "federalismo" sbandierato dalla Lega. Non
c'è mai stato tanto accentramento e tanta espropriazione dei poteri locali -
dall'Ici alle decisioni sulla localizzazione degli impianti nucleari; dal
sequestro dei fondi Fas al taglio dei trasferimenti e all'accentramento degli
interventi straordinari nelle mani della Protezione civile, cioè della
Presidenza del consiglio, cioè della "cricca" - come da quando la Lega è al governo. Ma la
minaccia e l'ostacolo maggiori per qualsiasi prospettiva di cambiamento
radicale dello stato di cose presente sono rappresentati dalla
privatizzazione dei servizi pubblici locali, promossa e portata avanti sotto
le false sembianze della loro "liberalizzazione". Non solo perché
essa sostituisce il profitto alla valenza e alle finalità sociali dei
"beni comuni". Ma soprattutto perché il divieto o la limitazione
dell' in house providing, lungi dal promuovere l'efficienza dei servizi,
innescano processi di aggregazione e finanziarizzazione delle gestioni; e con
esse un progressivo e violento allontanamento dei poteri decisionali dal
territorio di riferimento in attività che sono essenzialmente "servizi
di prossimità", la cui efficacia dipende dal grado di controllo e di
condizionamento - ma anche di partecipazione e di coinvolgimento - che
l'utenza riesce a esercitare su di essi. La vicenda dei rifiuti urbani della
Campania, la cui gestione era stata affidata nella sua interezza a una
multinazionale estranea al territorio, dopo essere stata sottratta, con
l'istituto del Commissario straordinario e con la militarizzazione del
territorio, al già debole controllo delle rappresentanze istituzionali e
della contestazione dal basso, è un caso da manuale. Come lo è la vicenda del
sequestro del servizio idrico privatizzato in provincia di Latina.
Per questo la promozione di forme nuove di consumo condiviso - che vuol dire
controllo o condizionamento sulle condizioni in cui il bene o il servizio
vengono prodotti, distribuiti o erogati - è al tempo stesso via e risultato
di una democrazia partecipata che coinvolga la cittadinanza attiva e la
faccia crescere in numero e capacità di autogoverno: protagonisti ne
dovrebbero diventare, secondo le modalità specifiche proprie di ciascun
attore, i lavoratori e le loro organizzazioni, il volontariato e
l'associazionismo di base, le amministrazioni locali o qualche loro segmento,
le imprese sociali e quelle, anche private, soprattutto se a base locale,
disponibili al cambiamento. La progettazione e la realizzazione di questo
passaggio richiede comunque un confronto aperto tra tutti gli interlocutori
potenziali; un confronto che nella maggior parte dei casi andrà imposto con
la lotta; ma che in altri potrà essere favorito dal precipitare della crisi.
Le proposte maturate e già sperimentate in anni di riflessione e di pratiche
in seno ai movimenti sono vincenti. In un confronto aperto e trasparente non
possono che prevalere. Il che non significa che si impongano anche le
soluzioni proposte: tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare.
Il manifesto, 7 novembre 2010

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