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Calogero spiega il suo «teorema»: Toni Negri coperto dai Servizi

Dopo trent’anni parla il sostituto procuratore di Padova che nel 1979 legò il proprio nome all’operazione «7 aprile»


 

A più di trent’anni dall’operazione giudiziaria a cui ha legato il suo nome — il «7 aprile», inteso del 1979, quando fece arrestare Toni Negri con altri capi e gregari di Autonomia operaia, accusati di associazione sovversiva, banda armata e complicità con le Brigate rosse — il pubblico ministero Pietro Calogero difende ancora il suo «teorema», come venne definito. Mentre per lui fu solo un’indagine dagli alterni esiti processuali che riuscì a fermare l’ulteriore espansione di progetti eversivi, come rivendica ancora oggi. Aggiungendo un particolare: se il professor Negri non avesse goduto di qualche protezione o occhio di riguardo all’interno dei servizi segreti e degli organismi di polizia, la storia avrebbe potuto essere diversa.
Pietro Calogero, all’epoca sostituto procuratore a Padova e oggi procuratore generale di Venezia, lo confida in un’intervista pubblicata insieme ad altri contributi in Terrore rosso. Dall’Autonomia al partito armato, (Laterza, pp. 229, 16). A interpellare il magistrato è Silvia Giralucci, figlia del militante missino Graziano Giralucci, ucciso a Padova insieme a Giuseppe Mazzola nel giugno 1974, prime due vittime delle Brigate rosse. Gli chiede dei contatti con i servizi di sicurezza, e Calogero racconta di quando un colonnello del Sismi si presentò a casa sua un paio di mesi dopo l’arresto di Negri e compagni. Gli mostrò dei fogli le informazioni raccolte dagli infiltrati negli ambienti di Autonomia operaia, comprese quelle sugli incontri tra il professore e Renato Curcio, fondatore delle Br.
Gli appunti riservati riferivano «della collaborazione per il comune progetto di insurrezione armata», ricorda oggi Calogero. Il quale domandò all’ufficiale come mai non fossero stati trasmessi. Risposta: «Abbiamo sempre riferito agli organi di polizia giudiziaria». Ma il pubblico ministero che indagava su Negri non ne sapeva nulla, come i suoi colleghi che in passato avevano già inquisito e prosciolto il professore. «La mancata comunicazione delle notizie contenute in quelle carte non era stata solo una leggerezza, ma qualcosa di più grave: una copertura», dice oggi Calogero.
Quando il magistrato si interessò per acquisire i documenti del Sismi, il colonnello gli confidò che non li avrebbe trovati nemmeno con una perquisizione nell’archivio del Servizio: quelli che gli aveva mostrato erano «una raccolta informale che non le posso lasciare neppure in fotocopia, perché rischierei di essere scoperto». In sostanza, ricostruisce oggi Calogero, la Divisione antiterrorismo del servizio segreto militare aveva tenuto nascoste informazioni sui contatti eversivi di Negri che avrebbero potuto far fare un salto di qualità alle sue indagini (e a quelle che c’erano state in precedenza) sul teorico dell’Autonomia operaia. E continuava ufficialmente a negarle.
Calogero ricorda altri episodi di indagini arenatesi dopo aver sfiorato altri ambienti ritenuti vicini ad apparati di intelligence, come la scuola di lingue Hypérion di Parigi, dove s’erano radunati alcuni esponenti della sinistra extraparlamentare italiana vicini ai futuri brigatisti. Sostiene il magistrato che «ragionevolmente» la Cia utilizzò quella struttura per «esercitare un controllo non formale su personaggi e itinerari del terrorismo di sinistra in Italia».
Quando suo padre fu ucciso dalle Br, Silvia Giralucci era una bambina di 3 anni. Oggi cerca ancora eventuali verità nascoste dietro la sua storia di vittima. Vuole sapere da Calogero quale ruolo hanno avuto i servizi segreti nelle trame eversive, e l’intervistato risponde che il terrorismo italiano ha avuto cause e ragioni genuine.
Ma poi aggiunge: «Le indagini hanno messo in evidenza interventi di apparati pubblici che hanno cercato, con comportamenti ora ostruzionistici, ora omissivi, ora di aperto favoreggiamento e copertura, di orientare la lotta armata sia di destra che di sinistra in direzione di assetti politici diversi da quelli a cui miravano i terroristi. Precisamente in direzione non del sovvertimento, ma dello spostamento dell’asse della politica italiana dall’area di sinistra verso quella di centro o di centrodestra».

 

Corriere della Sera 3.10.10

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