Beppe Grillo e Berlusconi all’assalto del potere
Il demagogo di turno utilizza la rabbia proveniente dai sacrifici ma anche la faziosità di chi si frega le mani col tanto peggio tanto meglio.
C’è stato a Roma venerdì scorso il “quadrilatero” dei premier di Germania,
Francia, Italia e Spagna. Tema: la sorte dell’euro e dell’Europa.
Ma c’era stato qualche giorno prima a Ginevra un incontro di banchieri e
industriali sullo stesso tema. Tedeschi, italiani, olandesi, spagnoli, inglesi,
il fior fiore dell’economia reale e finanziaria. Spero che i lettori capiranno
perché do la precedenza al “meeting” di Ginevra: registra in modo più autentico
lo stato d’animo degli operatori, dei risparmiatori, della cosiddetta borghesia
produttiva. Come era facile prevedere, i tedeschi ragionavano in modo
completamente diverso da tutti gli altri e – questo è stato il fatto più
rilevante di quel “meeting” – non sembravano affatto preoccupati di quanto sta
accadendo in Europa e nel mondo. Le loro tesi si possono sunteggiare sui
seguenti punti: 1. La
Germania ha già fatto le riforme necessarie a trasformare
l’economia rendendola idonea ad affrontare i problemi posti dalla
globalizzazione.
2. In particolare hanno riformato il welfare e il mercato del lavoro, hanno
aumento la competitività delle loro imprese, hanno accresciuto la penetrazione
delle loro merci, delle loro aziende e dei loro investimenti in tutto il mondo
e non soltanto in Europa.
3. Sono molto pochi anzi, quasi nessuno, i Paesi membri dell’Unione che hanno
imitato la Germania. Ma
adesso è venuto il loro turno, sono in ritardo e sono anche riluttanti a
percorrere
quella strada.
Malgrado questa riluttanza e il disordine delle loro economie, la Germania – punto 4 – ha
accettato di rinunciare alla propria moneta dando vita alla moneta comune. È
stato un gesto di solidarietà e di fiducia nel futuro dell’Europa, ma assai
male ripagato dagli altri partner.
5. Se i Paesi oberati dal debito, da disordine finanziario, da mercati del
lavoro inefficienti e da pubbliche amministrazioni elefantiache e improduttive,
imboccheranno un percorso virtuoso l’Europa ce la farà ad uscire
dall’emergenza, ma fin d’ora bisognerà procedere verso un’architettura degna
d’uno Stato federale. Ci vorranno dunque cessioni di sovranità da prevedere fin
d’ora con una tempistica rapida; esse riguardano, per cominciare, la politica
fiscale, l’unità bancaria, il programma di sviluppo, la riduzione dei debiti
sovrani eccedenti il 60 per cento del rapporto con il Pil.
6. Qualora i Paesi in questione non adempiranno a questi impegni saranno loro a
mettere le premesse per uscire dall’euro, ma potranno sempre rientrarvi quando
ne saranno in grado. 7. Quand’anche restasse sola, la Germania manterrà la
moneta europea e sarà comunque in grado – anche da sola – di affrontare le
sfide dell’economia globale.
Gli altri partecipanti a quell’incontro hanno ovviamente esposto le loro
critiche, hanno fatto notare che il peso dell’unificazione tedesca è stato
sopportato in ampia misura anche dal resto dell’Europa, hanno affermato che
l’eccessiva sobrietà peggiora in modo drammatico la recessione rischiando di
avvitarsi su se stessa. Per ragioni di cortesia (mal riposta secondo me) non
hanno ricordato ai loro colleghi tedeschi che la Germania ha debiti
storici indelebili con il resto del mondo. Ma si sono comunque trovati di
fronte ad un muro rafforzato dall’indifferenza verso un possibile trauma
generale dell’Europa. Alcuni dei partecipanti hanno anche avuto l’impressione
che i tedeschi presenti a quell’incontro se lo augurassero.
Va aggiunto comunque che non c’era in quell’incontro alcun membro dei governi
dell’Unione. I pochi politici tedeschi erano di area liberale.
Questo è quanto accaduto a Ginevra qualche giorno fa.
* * *
L’incontro a quattro svoltosi a Roma venerdì scorso ha fatto emergere alcuni
segnali inusitati. Angela Merkel ha accettato il piano di investimenti europeo
di 130 miliardi e la Tobin
Tax sulle transazioni bancarie. Le altre questioni e cioè la Grecia, le banche spagnole,
la “golden rule” chiesta da Monti, saranno discusse al vertice europeo del 28 a Bruxelles. Può sembrare
poco o molto, ma comunque segnala una Merkel in evoluzione.
Questa purtroppo è l’Europa, anzi questa è la Germania. La
maggioranza dei tedeschi è convinta che la Germania, anche da sola, può navigare senza
problemi nell’economia globale. Del resto molti italiani – a cominciare da
Beppe Grillo e da Berlusconi – sono convinti che per l’Italia è più opportuno
tornare alla lira. Sono forme di collettiva follia che si stanno purtroppo
diffondendo.
Ma che cosa ne pensano veramente gli italiani?
* * *
Questa domanda è capitale perché non riguarda solo i nostri destini nazionali.
Noi abbiamo un ruolo decisivo in Europa e l’Europa ha un ruolo decisivo nel
mondo. Non siamo una dittatura ma una democrazia. Fragile quanto si vuole,
spesso percorsa da tentazioni populiste, soggetta al fascino di demagoghi
incantatori, rappresentata da una classe dirigente non sempre (anzi quasi mai)
all’altezza dei compiti che dovrebbe svolgere. Siamo comunque una democrazia
basata sulle scelte del popolo sovrano. Ma il popolo sovrano procede a corrente
alternata. Se esercita la sua sovranità tenendo conto degli interessi generali
tutto andrà per il meglio; ma se privilegia tentazioni, seduzioni, clientele,
voti di scambio, allora lo sfascio diventerà inevitabile.
I nostri interlocutori tedeschi possono ostentare indifferenza perché ritengono
di salvarsi in ogni caso, ma noi no. Noi, con scelte dettate da rabbia distruttiva,
saremo proiettati in un futuro a livello di Paesi africani. L’ancoraggio
europeo per noi è vitale proprio perché siamo fragili. La Grecia è fragile, il
Portogallo e l’Irlanda sono fragili, ma nessuno di quei Paesi è determinante
per il destino dell’Europa. La
Spagna è determinante e noi lo siamo ancor più della Spagna.
Nell’intervista che Mario Monti ha dato a Repubblica nel quadro del nostro
“meeting” bolognese, ad una domanda sul nostro futuro così ha risposto: «Quando
mi si fa questa domanda mi viene da pensare all’ammontare eccezionalmente
elevato del nostro debito pubblico. Sono 2 mila miliardi di euro, il 120 per
cento del reddito nazionale, accumulato durante il decennio 1975-1985 e da
allora mai diminuito. Che cosa è stato fatto con quella mole immensa di
ricchezza che i risparmiatori hanno prestato allo Stato? Sono state costruite
nuove e necessarie infrastrutture? È stata trasformata la pubblica
amministrazione? È stata aperta la via alle giovani generazioni? È stato
insomma fatto dell’Italia un Paese veramente europeo? A me non pare. Forse è
venuto il momento che gli italiani si pongano questo problema».
Mentre Monti diceva quelle parole anch’io ho cercato di rispondere a quella
domanda: che cosa abbiamo fatto noi italiani, noi cittadini elettori, noi
popolo sovrano? Quante volte da allora il popolo sovrano è andato a votare? Si
è mai posto quella domanda? Ha mai punito quella classe dirigente che adesso è
definita la casta? Se è una casta, come mai è lì da trent’anni? Ma sbaglio il
conto: se una casta c’è, essa ci governa dai tempi della Dc. Quarant’anni ha
governato quel partito senza soluzioni di continuità, associando al governo,
man mano che diventava necessario, i partiti laici prima e poi il Partito
socialista. Il debito pubblico, l’immenso debito pubblico raggiunse il massimo
ai tempi del duopolio tra Dc e Psi, Forlani, Andreotti, Craxi. Si chiamò
“l’Italia da bere”. Il popolo sovrano prestava i soldi e ne riceveva pingui
interessi ma anche elevata inflazione. «La nave va» si diceva.
In realtà gli italiani di allora lasciarono il debito ai figli e ai nipoti e
gli lasciarono anche la casta da loro votata e confermata.
Adesso scaricare sul futuro il debito pubblico è diventato impossibile. La nave
non va più, la zavorra va buttata fuori bordo. E che cosa fa il popolo sovrano?
Si innamora del demagogo di turno che promette di cacciar via il primo governo
che sta tentando di riportarci a galla.
Per realizzare quest’obiettivo il demagogo di turno predica lo sfascio totale
attaccando soprattutto un presidente della Repubblica che è riuscito a tener
dritta la barra del timone nel mezzo d’una tempesta paurosa, uno tsunami che
infuria da quattro anni nel mondo intero.
Il demagogo di turno utilizza la rabbia proveniente dai sacrifici ma anche la
faziosità di chi si frega le mani col tanto peggio tanto meglio. E finisce col
trovare convergenze con il demagogo che fu messo in libera uscita otto mesi fa
ed ora cerca di riemergere inalberando la bandiera dell’anti-euro e del ritorno
alla lira.
Due demagoghi, quello di ieri che vuole tornare al timone e quello di oggi che
se ne vuole impadronire con le stesse ricette. Il primo ci ha condotto al punto
in cui siamo, il secondo per ora ha conquistato il Comune di Parma un mese fa e
non è ancora riuscito a fare la giunta.
Io ho fiducia negli italiani, il nostro “meeting” di Bologna mi ha molto
confortato, le piazze e i luoghi del dibattito erano gremiti di giovani. Ne
abbiamo tratto grande conforto. Ma quando leggo i sondaggi che danno il
demagogo al 30 per cento ed oltre e l’ex demagogo che speravamo in pensione ma
che è ancora speranzoso di ascendere al Quirinale e vedo la tremenda – tremenda
– somiglianza tra quei due Dulcamara, allora lo sconforto riprende il
sopravvento.
La rabbia bisogna saperla indirizzare. La rabbia può servire a costruire
scegliendo la saggezza e la responsabilità civile, oppure a distruggere
affidandosi ancora una volta alla demagogia. Questa è la sfida cui il popolo
sovrano dovrà rispondere.
Repubblica 24.3.12

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