Beniamino Placido, intellettuale semplice e critico generoso
È morto ieri, ottantenne, a Cambridge. Studioso di letteratura anglosassone è diventato famoso al grande pubblico per le sue critiche televisive su Repubblica
Nel quartiere Prati della Roma anni 70, tra una piazza dove solo i neonazisti
potevano far capolino e che oggi è, ironia del futuro, popolata da paciosi
filippini, fra teatri d'avanguardia e il palcoscenico di Pingitore, un omino
con i giornali sottobraccio, la busta di plastica della spesa con l'insalata e
una copia stazzonata della Tempesta di Shakespeare, passava in gran fretta al
mattino, spingendo verso scuola la figlioletta Barbara.
Per i passanti era uno dei tanti romani che, in una capitale ancora paesone, -
bonario e violento - tirava a campare. Per gli amici, gli studenti, gli
intellettuali e, presto, tanti lettori, era «Beniamino», Beniamino Placido, il
critico scomparso ieri a Cambridge a 80 anni. Sposato con la meravigliosa
anglista Nadia Fusini, di cui metà Sapienza era innamorata, Placido aveva
lavorato alla Camera, come funzionario, poi era tornato all'amata letteratura
anglosassone con Agostino Lombardo e s'era cavato lo sfizio, baby pensionato,
di una comparsata nella pellicola d'esordio del suo amico Nanni Moretti, Io
sono un autarchico, girata mentre discuteva col fratello del regista,
Franco, storico delle letteratura, e avviava agli studi la sorellina Silvia.La
famiglia allargata arrivava ovunque: quando Barbara Placido, studentessa di
antropologia, arriva a New York saranno gli amici di "Beniamino" ad
accoglierla al lavoro.
Grand commis, intellettuale, uomo arguto e ironico, studioso di letteratura
angloamericana, Placido sembrava avere avuto già tante vite in una. Invece la
sua esperienza più importante arriva da pensionato, quando Eugenio Scalfari gli
offre la critica televisiva del neonato quotidiano Repubblica. Accetta: e
rileggerne le note, come la successiva rubrica Nautilus, strugge per la
distanza dal tono volgare e rauco che oggi domina tutti i quotidiani. Placido cercava
la buona tv, i programmi da elogiare, deprecava la cattiva tv e la castigava,
ma era attento a ogni progresso, ogni evoluzione, incoraggiava giovani e
debuttanti.
Ieri su Sky Aldo Grasso, critico del Corriere della Sera che Placido indicava
come erede, ne ha ricordato «la generosità». Vero: le sue recensioni premiavano
spesso l'esordiente, il solitario, chi faticava a farsi largo. In tv era pronto
a cogliere il dettaglio, l'inquadratura che racconta tutta una storia.
Recensendo Milano-Italia, il talk show che mi capitò di condurre nei primi anni
90, seppe discutere di un singolo scambio di battute, costruendone il paradigma
del talk show.
Come tutti i veri uomini colti Beniamino Placido amava la gente semplice e si
batteva perché avesse accesso, non perché le fosse preclusa, la cultura alta. E
detestava i fighetti saccenti e i tromboni retorici così popolari oggi. Di
origini contadine, era nato a Rionero in Vulture, in Basilicata, era a suo agio
con i versi di Eliot e Yeats, ma poi citava in dialetto il proverbio della
nonna, muovendo il volto in smorfie alla Woody Allen, maschera sempre capace di
scatenare risate e attenzione.
Agli amici alla vigilia di un cambiamento, un nuovo lavoro, un viaggio, una
storia d'amore seria, amava chiedere: «Sai perché Odisseo non ascolta Calipso e
non rimane con lei sull'isola felice, pur davanti alla promessa di diventare
immortale, bello, sano e innamorato per sempre? Sai perché rinuncia a quella
eterna felicità e si rimette in mare tra mostri, tempeste e nemici ferocissimi,
umani e divini?». Di fronte allo sguardo perplesso dell'interlocutore, sgranava
gli occhi bulbosi, accennava un sorriso malizioso, alzava l'indice da saggio e
scandiva «Perché per noi umani l'identità è più importante dell'immortalità,
capisci? Sempre!». L'identità era cambiare, studiare, viaggiare, praticare
nuovi mestieri, ma senza cambiare il cuore a nessun costo, neanche in cambio
dell'immortalità e di una Dea come amante.
http://www.ilsole24ore.com 6 gennaio 2010

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