Beni comuni
Se la nostra Costituzione ha un limite da questo punto di vista, non è tanto il mancato riconoscimento della proprietà comune, ma il mancato riconoscimento della Natura come soggetto di diritti
1)Dottoressa Ricoveri, innanzitutto, proviamo a dare un’inquadratura giuridica ai beni comuni? L’articolo 42 della nostra Costituzione considera unicamente la proprietà pubblica e quella privata. Servirebbe, forse, un articolo 42 e mezzo dedicato ai beni comuni...
R. La Costituzione italiana del 1948 è molto avanzata: non solo definisce le regole di organizzazione dei poteri pubblici ma esplicita anche i valori verso cui orientare la vita del paese alla luce dei principi di democrazia e di libertà recuperati in Italia con la Resistenza al nazifascismo e la guerra di Liberazione. La consapevolezza che la proprietà comune della common law può in certi casi essere più adeguata di quella pubblica e di quella privata perché è “liquida” o flessibile, non era ancora emersa con la forza che assunto con la globalizzazione, e ciò nonostante la nostra Costituzione ne riconosce in parte il fondamento all’art. 43, dove afferma che “A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, alla Stato, a enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti, determinate imprese o categorie di imprese che si riferiscono a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio e abbiano carattere di preminente interesse generale”. Se la nostra Costituzione ha un limite da questo punto di vista, non è tanto il mancato riconoscimento della proprietà comune, ma il mancato riconoscimento della Natura come soggetto di diritti, alla stessa stregua delle persone e delle imprese. Per dare un’inquadratura giuridica ai beni comuni legati alle risorse naturali acqua, aria, terra e fuoco-energia, serve infatti recuperare la “sacralità” della Natura e il rispetto dell’ecosistema Terra che si sono persi in Europa con la Rivoluzione industriale e che esistono invece ancora in alcune aree del Sud come ad esempio nei paesi andini dell’America latina.
2) A ben guardare, il tema dei beni comuni e della loro gestione si intreccia con la storia dell’umanità e ha a che fare da sempre con il potere, dal ‘dispotismo idraulico’ dei regni dell’Asia e del Medio Oriente, alle enclosures messe in atto in Inghilterra a partire dal XV secolo...
R. Si, è vero. La storia dell’umanità è fortemente segnata dall’uso del potere per espropriare le masse e appropriarsi delle risorse naturali, in tutte le parti del mondo e in tutte le epoche. La particolare attenzione che nel mio libro dedico alla enclosuse delle terre comuni inglesi nel Cinquecento e Seicento è dovuta al fatto che la Rivoluzione industriale ha segnato la storia e il destino del mondo intero, al Nord e al Sud. In questo contesto mi pare utile sottolineare che lo sfruttamento delle persone e quello della natura viene normalmente considerato “compatibile” con la democrazia parlamentare, un sistema dove le persone non contano niente perché sono private della possibilità di decidere della loro vita e non hanno alcun controllo né sul proprio tempo né sul proprio lavoro. Tutto è deciso dal mercato - o, per dirla in modo più preciso - dalle condizioni che il mercato determina e che pretende offrano a tutti le stesse opportunità mentre invece sono un piano inclinato dove il confronto non è mai alla pari. I beni comuni sono invece autogestiti dalle comunità, e questo offre alle persone maggiori opportunità di decidere di sé e di costruire un proprio progetto autonomo di vita. Forse è davvero il caso di rivalutare e di ripensare strutture e istituti del passato, considerati arretrati e visti come un ostacolo alla “modernità”.
3. Oggi assistiamo all’emergere di una nuova discussione politico – giuridica sui beni comuni. Se
l’ONU, il 28 luglio del 2010 dichiara “diritto umano l’accesso all’acqua potabile e all’igiene”, siamo di fronte a una decisione che potrebbe far storia, non trova?
R. La decisione delle Nazioni Unite secondo cui l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari è un diritto universale e non un bisogno, è sicuramente un fatto storico perché sancisce che l’acqua non è una merce da mettere sul mercato e perché premia la mobilitazione portata avanti dai movimenti di tutto il mondo da almeno due decenni. Ma è solo un inizio, e molto resta da fare a livello dei governi e dei movimenti dei singoli paesi nel Sud ma anche nel Nord, per far sì che questo diritto non resti una petizione di principio. Gli ostacoli sono enormi perché l’accesso all’acqua è minacciato dalla carenza di questa preziosa risorsa, che ha già dato luogo a una serie di conflitti armati. L’acqua è una risorsa teoricamente illimitata perché rinnovabile, ma è resa scarsa sia dai cambiamenti climatici – che ne causano la dispersione per la concentrazione delle piogge, alluvioni e danni enormi all’agricoltura - sia dagli usi impropri cui essa è desinata dal mercato capitalistico – nell’agricoltura industriale e monoculturale, nelle grandi dighe, per l’inquinamento delle falde acquifere e lo spreco nel consumo individuale degli occidentali e delle elite del Sud. Un’altra causa di spreco va ricercata nelle moderne tecniche di captazione, conservazione e utilizzo che non prevedono più la raccolta dell’acqua piovana nei pozzi, praticano l’irrigazione agricola a pioggia anziché a goccia, non curano più la manutenzione degli impianti di distribuzione le cui perdite raggiungono fino alla metà dell’acqua trasportata. Il problema dell’accesso all’acqua e ai servizi igienici riguarda soprattutto i 2 miliardi di persone del Sud che ne sono totalmente prive, dove la carenza di acqua potabile e di servizi igienici è causa di mortalità infantile elevata. Ma riguarda anche il Nord e l’Italia, perché nelle aree interne e nelle regioni meridionali l’acqua arriva in modo discontinuo e perché l’acqua del rubinetto è sempre più inquinata e a rischio. C’è poi un altro problema, quello della privatizzazione con l’ingresso delle multinazionali e l’aumento di prezzo del servizio idrico: in questo modo l’accesso all’acqua cessa di essere un diritto e dipende invece dal livello di reddito dei cittadini.
4. Però, secondo lei, chi è che decide cos’è un bene comune e come lo si può gestire? Serve un’autorità sovrastatale? E se sì, gli stati sarebbero disposti ad accettare decisioni che arrivano dall’ONU o dalla Comunità Europea?
R. Sono domande importanti, cui è difficile rispondere perché la realtà del mercato capitalistico in cui siamo immersi da diversi secoli rende difficile prefigurare le alternative – persino averne la percezione, per dirla con Vandana Shiva. Comunque, io penso che no, gli stati non accetterebbero nessuna riduzione di potere decisa né dalle Nazioni unite né dall’Unione europea e penso inoltre che non serva nessuna autorità sovrastale che decida sui beni comuni; anzi, se ci fosse, resteremmo al punto in cui siamo. Penso che i cittadini possono organizzarsi da soli in Comitati o Movimenti, come stanno già facendo in Italia e in tutto il mondo. In Campania, persone di tutte le età sono scese in piazza contro le discariche nel parco del Vesuvio e hanno spiegato perché quelle discariche non ci dovevano essere, perché creano un grave problema di salute pubblica; hanno indicato le soluzioni alternative anche sul piano tecnologico e sono ancora mobilitate per ottenere che le autorità preposte risolvano i problemi nei modi da loro indicati. Lo stesso ha fatto il Comitato No-Tav della Val di Susa, che da anni spiega dettagliatamente perché quella ferrovia ad alta velocità non serve e perché non può essere realizzata in una valle stretta e già piena di infrastrutture. Lo stesso stanno facendo in Abruzzo i Comitati popolari nell’Aquila post-terremoto, che chiedono di poter ritornare a vivere nel centro storico e denunciano la prepotenza da loro subita con le new towns realizzate dal governo con fiumi di denaro pubblico che poteva servire alla ricostruzione del centro storico, evitando così un altro giro di tangenti e di commesse truccate. So bene che questi movimento e comitati non hanno oggi il potere di decidere, perché gli Enti locali, gli Stati e la Comunità europea decidono sulla loro testa, ma non c’è altra strada se non la mobilitazione popolare pacifica ma ferma e informata, che deve crescere fino al punto di costringere le Autorità ad ascoltare. Così facendo, i movimenti e i comitati, novelle comunità, conquistano legittimazione e modificano la situazione oggi dominata dallo Stato e dal Mercato, e dalle loro ideologie. Non penso che tutto questo sarà un “pranzo di gala”, ma credo che la crisi del capitalismo e dei suoi sostenitori spingano in quella direzione e che altre soluzioni non ce ne siano: non ci possiamo più permettere di sprecare l’intelligenza e l’energia della gente in carne ad ossa, che può fare meglio dei politici di professione perché è direttamente coinvolta nei problemi che intende risolvere, che sono anche i suoi.
5. In una conferenza tenutasi al Salone del Gusto a Terra Madre da quest’anno i relatori facevano notare che una visione dei beni comuni legata unicamente alla prossimità locale e temporale potrebbe essere foriera di rischi. Hanno diritti sull’acqua di un lago, ad esempio, solo coloro che vivono nelle sue immediate vicinanze? Oppure: se è vero che l’Amazzonia è considerata il polmone del pianeta, quali sono i diritti e i doveri del Brasile da una parte, e del mondo intero dall’altra? Lei cosa ne pensa?
R. Non capisco bene la domanda: che vuol dire avere “una visione dei beni comuni” come se la realtà dei beni comuni non esistesse e dovessimo deciderla a tavolino, con operazioni di ingegneria istituzionale decise dall’alto, tipo quelle fatte ogni giorno dagli Stati sulla testa delle persone? I beni comuni operano secondo una logica molto diversa da quella che regola il mondo del mercato: sono flessibili e adattabili al variare delle situazioni, ma i conflitti ci saranno sicuramente, e saranno i tribunali a doverli dirimere esattamente come succede oggi nelle vertenze tra i soggetti presenti sul mercato e come succedeva nella società medioevale incentrata sulle comunità locali e sulla common law o legge consuetudinaria. Se invece la domanda si riferisce al fatto che i territori non hanno tutti la stessa dotazione di risorse naturali e che alcune risorse naturali come la Foresta amazzonica sono ecosistemi di valenza mondiale che non possono essere gestiti a scala locale, allora il problema diventa quello del coordinamento tra le comunità locali, che a mio parere non dovrebbe essere demandato ad autorità esterne ma realizzato a tavoli di trattativa dove le comunità locali siedono insieme ai rappresentanti dello Stato e del Mercato avendo eguale potere decisionale. Non ho una proposta articolata sul coordinamento delle comunità di cui vedo la necessità, ma diffido di organismi esterni che decidono dall’alto e così facendo espropriano le comunità. La difesa dell’ecosistema Amazzonia non è del resto assicurata neanche oggi, dal sistema attuale dove le
decisioni sono prese a livello nazionale e sopranazionale: io penso che con le comunità le cose non potranno dunque che migliorare.
6.Stefano Rodotà ha scritto: “I beni comuni ci parlano dell’irriducibilità del mondo alla logica del mercato, indicano un limite”. Crede che saremo in grado, noi occidentali, di renderci conto di questa grande verità? Riusciremo farci insegnare qualcosa dai popoli del sud del mondo, oggi all’avanguardia nel dibattito sui beni comuni (pensiamo al Brasile, al Kenya, all’India che stanno cambiando le loro costituzioni proprio in questa direzione) ?
R. Anche queste sono questioni cruciali. Sulla prima parte della domanda, se saremo in grado di accettare il limite indicato dai beni comuni, la mia risposta è che bisogna precisare chi siamo “noi”. Se si tratta della classe dirigente, sono propensa a dire che non sarà in grado perché così facendo perderebbe i privilegi di cui oggi essa gode. Se invece ci si riferisce ai giovani disoccupati, ai pensionati poveri, ai lavoratori in cassa integrazione, alle donne in genere, agli immigrati, allora la risposa è sì, tutti questi soggetti vedono quel limite con estrema chiarezza; anzi, lo vivono giorno per giorno e non ne possono più di una classe dirigente che legittima la situazione data, per interesse o per ignoranza. Sulla seconda parte della domanda, se riusciremo ad imparare qualcosa dai popoli del Sud, penso che sia utile conoscere e confrontarsi con le altre culture, dove la Natura è ancora rispettata ed è quindi possibile riconoscere i sui diritti come diritti costituzionali, garantendo che la base materiale dei diritti umani non sia erosa e vanificata dal venir meno della realtà fisica su cui
quei diritti riposano. Ma è altresì auspicabile che si riesca a recuperare la memoria della nostra esperienza sui beni comuni, smettendola di credere alla favola del mercato che le cose buone e utili sono solo quelle nuove, che le nuove tecnologie sono sempre utili, che il passato è da buttare. Il futuro non si costruisce nel vuoto ma facendo tesoro del passato, da rideclinare per tener conto del passare del tempo e dei cambiamento che esso inevitabilmente – e fortunatamente – porta con sé.
Intervista di Slow Food

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