Battaglia delle valute
«La nuova guerra fredda tra la Cina e l’America»: lotta per il potere globale, con gli strumenti valutari.
A conferire alla depressione degli anni Trenta l’aggettivo
“grande” è stato il protezionismo. Per guadagnare competitività nei confronti
degli altri paesi le nazioni hanno alzato le barriere doganali. Piuttosto che
proteggere l’esportazione i dazi doganali l’hanno strangolata causando una
contrazione del commercio internazionale. Si è così innescata una spirale
depressiva senza precedenti. Ebbene oggi rischiamo di commettere lo stesso
errore usando le monete per guadagnare competitività rispetto ai partner
commerciali.
Al centro delle guerre monetarie troviamo la Cina la cui moneta si è sganciata dal dollaro
soltanto lo scorso giugno. Ciò significa che per ben 5 anni il cambio con il
biglietto verde è rimasto costante. Difficile stabilire di quanto il Revimi
sia sottovalutato, in realtà poco importa poiché ciò che conta è la rapidità
con la quale l’equilibrio tra le due monete potrà essere ripristinato. E la
risposta è sicuramente non nel breve periodo dal momento che l’economia
cinese non lo permette.
Le politiche di rivalutazione hanno bisogno di tempo per funzionare e la Cina moderna si trova in
una situazione molto simile a quella del Giappone negli anni Cinquanta e
Sessanta. Una buona fetta dell’industria è ancora rudimentale e produce con
margini di profitto bassissimi, una rivalutazione improvvisa costringerebbe
alla bancarotta molte piccole e medie imprese. Il processo di transizione
verso un’industria più avanzata è però in atto, prova ne sia la
delocalizzazione di molte produzioni cinesi in paesi come la Cambogia, a basso costo
del lavoro, ma è lento. Esistono poi altri elementi che frenano la
rivalutazione: i salari nazionali sono in aumento e quindi i margini di
profitto ne risentono; l’ultimo piano quindicinale volge al termine ed il
governo sta formulando quello nuovo, nessuna decisione importante viene mai
presa in questo frangente.
Quali le decisioni future? Sicuramente Pechino si concentrerà sulla politica
interna e canalizzerà gli investimenti sul mercato nazionale. La
rivalutazione andrà di pari passo con il potenziamento dell’economia
nazionale, seguirà il ritmo di crescita dell’economia nazionale non di quella
internazionale, troppo lento per il mercato occidentale. Sarà quindi il
dollaro a dover perdere quota per raggiungere un nuovo equilibrio, ed è
esattamente quello che sta succedendo. Ma la svalutazione del dollaro,
proprio perché si tratta della moneta di riferimento del sistema monetario,
destabilizza tutto il sistema.
Da mesi le banche centrali riducono le riserve monetarie in dollari. I cinesi
hanno acquistato obbligazioni spagnole e coreane, i giapponesi quelle
indonesiane e così via. Alla maratona per acquistare titoli provenienti da
economie emergenti e stabili partecipano anche i fondi sovrani e gli hedge
fund che operano de facto come gestori di riserve monetarie. Paesi come il
Brasile, con titoli aventi un rendimento del 10%, un’economia in crescita e
un governo stabile sono presi d’assalto dagli investitori istituzionali. Ciò
produce la rivalutazione delle monete nazionali e la conseguente perdita di
competitività.
Nel 2009 il Real brasiliano è salito del 30% rispetto al dollaro. E questo
nonostante il governo abbia imposto a distanza ravvicinata due tasse
del2%sugli acquisti da parte degli stranieri e la banca centrale sia
intervenuta sul mercato dei cambi ripetutamente vendendo la moneta nazionale.
Svizzera e Giappone si trovano in una situazione analoga,ma anche l’Australia
ed il Canada sono vittime della fuga dal dollaro. Tutte queste monete si sono
considerevolmente rivalutate. Il governo svizzero e quello giapponese hanno
cercato di difendere la parità intervenendo sul mercato dei cambi vendendo
moneta nazionale per un valore rispettivamente di 14 e 20 miliardi di
dollari. Nel medio periodo la manovra non ha prodotto gli effetti sperati e
sia lo Yen che il Franco Svizzero oggi valgono molto di più rispetto al
dollaro che nove mesi fa. A farne le spese è naturalmente l’esportazione.
Australia e Canada, invece, proprio perché sono economie in fase di forte
espansione grazie alle esportazioni di materie prime chiave - energia e
metalli – hanno lasciato che la loro moneta si apprezzasse, ma l’industria
nazionale ne paga le conseguenze.
Alla radice del caos monetario odierno c’è uno squilibrio del commercio
internazionale vecchio di almeno un decennio. La Cina ha un surplus
monetario generato dalle esportazioni, ecco perché le si chiede di
rivalutare. Negli ultimi 10 anni questo squilibrio è stato funzionale al
sistema, lo si è usato per acquistare buoni del tesoro americani ed
occidentali. Dall’altra parte dell’equazione troviamo una condizione
deficitaria occidentale cronica dai tempi della crisi del .COM del 2001,
quando gli indici di borsa hanno toccato il fondo. La scoppio di quella bolla
non ha però prodotto una ristrutturazione dei flussi commerciali e di
capitale, ad evitarla è stata la politica dei tassi bassi perseguita da
Greenspan che ha creato una competitività fittizia nelle nostre economie: ci
ha permesso di usare il debito come un bene. Ed infatti dal 2001 gran parte
della crescita in occidente proviene dal settore finanziario, invece di
investire nell’economia reale abbiamo investito in quella finanziaria,
indebitandoci. E quando questa è crollata siamo piombati nel caos.
Come uscirne? La percentuale di ricchezza liquida è aumentata in modo
sproporzionale rispetto a quella investita nell’economia reale, ma il mercato
è ormai fortemente illiquido.
Pochi sono gli sbocchi e questo crea volatilità sul mercato dei cambi dove i
volumi di scambio giornalieri sono da ormai da capogiro: 900 miliardi di
dollari, pari a quasi il 3% dell’economia mondiale. I fondi sovrani, banche
centrali come quella Cinese e gli hedge funds devono spendere parte
della loro ricchezza, magari aiutando il mondo a riprendersi dalla
recessione. Ma nel lungo periodo ci vorrà un nuovo sistema monetario bilanciato
da un paniere di monete, tra le quali sicuramente il Revimi.
L’Unità, 17 ottobre 2010

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