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Autostop 3

Storie di vita vissuta - Ungheria 1983

 

 


Mi madre da più di vent’anni ha grossi problemi con la vita. Entra ed esce dagli ospedali e fino allo scorso anno – quando finalmente  presi la decisione di prenderla con me - dovevo gestire questi ricoveri dall'Italia. Dopo le telefonate particolarmente allarmanti partivo, altrimenti la rete di protezione delle mie amiche si metteva in moto per sostituirmi.
Verso la metà degli anni ottanta mi trovavo in Ungheria per assisterla durante l’ennesima crisi. Era ricoverata in città ed io ogni giorno la raggiungevo nel capoluogo, distante una cinquantina di km. Ero stanca, sfiduciata, triste e sola. Preferivo prendere l’autobus, la folla sconosciuta non mi costringeva a chiacchierare, potevo lasciarmi andare ai miei pensieri cupi e intessuti di senso di colpa.
Una volta però persi l’ultimo autobus.
Autostop dunque, ma senza voglia, senza quel piacevole aumento dell’adrenalina che suscita la curiosità che comunque precede ogni nuovo incontro. In Ungheria non esistevano le norme polacche che sostenevano l’autostop che al massimo veniva, tollerato. L’atteggiamento della polizia a riguardo era ambiguo: qualche volta ti lasciavano andare, qualche volta ti fermavano per un controllo, così, giusto per ricalcare il loro potere, creare ansia, senza nessun ordine o regola precisa.
Quando da lontano vidi la macchina della polizia, non alzai nemmeno la mano, ma gli agenti si fermarono lo stesso.
- Documenti!
Tirai fuori il passaporto da emigrante, un passaporto rilasciato alle ungheresi sposate con degli stranieri che avevano lasciato il paese ma senza rinunciare alla cittadinanza. I poliziotti non amavano questo documento che ci assicurava uno status ibrido: cittadini sì, ma comunque tutelati anche da un altro stato. In questo strano, impalpabile risentimento forse c’entrava anche qualche vaga gelosia maschile. Ero abituata alle loro battute:
- Ah! Ha un marito italiano? Come mai? Non ha trovato nessun ungherese disposto a sposarla? …e cose del genere.
Normalmente reagivo alle loro provocazioni, con l’ironia, che li spiazzava, ma quella volta volevo solo essere lasciata in pace e tornare a casa a più presto.
- Vengo da mia madre, che è ricoverata in ospedale e voglio tornare a L. Ho perso l’ultimo autobus.
- Lo sa che l’autostop è vietato?
- No, non è vietato, non esiste nessuna legge che lo vieti.
- Si…magari non esiste, però noi abbiamo il dovere di preservare i nostri concittadini da eventuali abusi. Comunque lei è fortunata, stiamo andando proprio a L, salga…anzi venga avanti, il collega scenderà nel prossimo paese.
Gli ero grata. Forse può sembrare assurdo provare gratitudine verso una persona così bieca, così stupidamente ufficiale, ma ero triste e stanca, credo che in quel momento qualsiasi parola un po’ gentile mi avrebbe fatto provare una timida gioia ed ero davvero contenta del passaggio, si stava facendo tardi.
Dopo alcuni km sono rimasi sola con l’autista, un uomo giovane, abbastanza robusto, dal espressione un po’ ottusa. Scambiammo solo qualche frase di circostanza.

Una decina di km prima di arrivare a L., mentre attraversavamo un bellissimo bosco – dove alcuni anni prima venivano a caccia di cervi i figli dell' ex presidente della repubblica Leone – il poliziotto girò il volante e uscì dalla statale, prendendo un fangoso sentiero che ci portava tra gli alberi.
- Scusi ma che sta facendo?
- Calma signora, calma…lei non sa come siamo bravi noi maschi ungheresi…che ne può sapere…ha un marito italiano…Aspetti un attimo solo…mi fermo subito…non si agiti..
Le ultime parole aveva pronunciato con una voce che tradiva l’eccitazione.
Avevo iniziato a picchiarlo forte prima che si fosse fermato. Fu una sensazione molto brutta sentire il pugno che affondava nel corpo di un altro essere umano. Fu una sensazione molto brutta fare del male fisicamente. Dovetti vincere i conati di vomito che mi provocava questa sensazione odiosa. Lui non mi faceva alcuna pena, me ne strafregavo del suo naso sanguinante, forse rotto, le mie stesse sensazioni mi avevano causato la nausea. Strano, ma nemmeno per un attimo ebbi paura. Provai solo delusione e rabbia.
Si fermò immediatamente, sbandando un po’ con la macchina.
- Fuori! Troia!
Non me la feci ripetere due volte. Uscii dalla macchina e corsi verso la statale, mentre lui era impegnato in una manovra difficile su quel sentiero strettissimo costeggiato dagli alberi.
Appena arrivata sulla strada passò un camion che mi prese:
- Signorina, che succede? E’ stravolta….
- Si….mi scusi…non ho voglia di parlarne. Per piacere mi può accompagnare alla stazione di polizia di L?
Il camionista, un uomo dolce e gentile mi allungò una sigaretta.
- Che cosa le è successo?
- Niente. Un poliziotto…si immagini?! Un poliziotto…ha tentato…ma non è successo niente. Gli avrò rotto il naso..
- Cosa vuole fare? Denunciarlo? Non credo che sia una buona idea…Questi sanno difendersi. Stia attenta.
Un quarto d’ora dopo mi lasciò avanti alla sede della polizia.
- Stia bene signorina!

Il resto si svolse in pochi minuti. L’impiegata, una signora che mi conosceva da bambina, non accettò la mia denuncia.
- Su tesoro, lo faccio per il tuo bene. Forse potresti anche farlo incriminare, forse condannerebbero quel farabutto, ma nel frattempo ti ritireranno il passaporto, non potrai tornare a Napoli per chissà quanto tempo…e poi non è detto che finirebbe cosi. Potresti trovarti in una gran brutta situazione…vuoi che io non ne sappia come sono bravi a rivoltare le cose. La tua parola contro quella di un poliziotto. No, non posso accettare la tua denuncia….ecco l’ho strappato, vedi? Aspetta un attimo, tra poco finisco…Sali da me, prendi un bella tazza di te, tanto tua madre non c’è…e poi ti calmi. E non ne farai parola con nessuno. Fidati. E’ la soluzione migliore.

Cosi è andata.
Non chiesi mai più  passaggi a nessuno. E me ne dispiace.

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