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Autostop 1

Storie di vita vissuta. Polonia 1970

 

 

 

Prima di venire in Italia, avevo studiato in Polonia. E’ stato un periodo inebriante. Avevo 18 anni, economicamente indipendente grazie ad una borsa di studio governativo e per la prima volta in vita mia libera dai controlli familiari.
Non avevo mai viaggiato prima d'allora, ero una provincialotta piuttosto ignorante anche se curiosa di scoprire luoghi diversi ed ero affascinata dal conoscere persone nuove. Questa caratteristica mi appartiene ancora. Ad ogni weekend sceglievo una città diversa da visitare.
In Polonia l’autostop non era solo tollerato – come negli altri paesi dell’Est – ma intelligentemente incoraggiato. Gli studenti avevano una tessera, che fungeva da assicurazione nel caso di incidenti e ad essa era allegato un carnet. A ciascun automobilista che ci prendeva a bordo, alla fine del viaggio lasciavamo una paginetta accuratamente riempita, segnando il percorso, i km fatti e ogni anno, le persone più disponibili verso gli autostoppisti, ricevevano dei regali. Il premio più importante era un’utilitaria di produzione polacca.
Nelle fine settimana, dopo le lezioni spesso mi trovavo, dunque, con la bandiera ungherese in mano – tra i polacchi e gli ungheresi c’è una particolare simpatia - e con lo zaino in spalla sul raccordo di Poznan, chiedendo passaggi. L’attesa non superava quasi mai i 10 minuti, del resto viaggiando da sola, era piuttosto semplice trovare un posto in qualsiasi macchina.
Uno dei miei primi viaggi aveva per meta Zelazova Vola, il paese natale di Chopin. L’avevo promesso a mia nonna di andarci. Adorava Chopin ed era stata concertista da ragazza....
Un camionista russo mi lasciò all’uscita dell’autostrada per Zelazova Vola. Ricordo bene questo particolare, perché i camionisti russi erano forse i più gentili con noi studenti. Questa gente, piuttosto povera anche secondo gli standard nostrani, dopo un po’ di chiacchiere invariabilmente ci invitava a mangiare in qualche piccola trattoria lungo la strada oppure ci offriva grosse fette di pane spalmate di lardo. A nulla valevano le proteste,  - Studentka….ha sempre fame -
Dunque, mi trovavo su una strada secondaria per niente trafficata. Mi aspettava una camminata di almeno 20 km e dentro di me maledicevo mia nonna e il suo Chopin, ma le promesse sono promesse, iniziai a camminare sotto un cielo che prometteva pioggia. Dopo alcuni km passò un vecchio contadino con un carro trainato da cavalli e mi fece salire. Era una persona taciturna, voleva solo sapere se andavo alla casa del “signorino”e poi non aprì più bocca. Mi lasciò avanti alla villa-museo del compositore. Ho ricordi sbiaditi del posto: una graziosa villa di due piani immersa in un boschetto di betulle, il pianoforte che domina il soggiorno, ritratti del compositore sui muri, qualche manoscritto, un guardiano sonnecchiante.
Dopo un paio di ore uscii dal museo e con una certa sorpresa vidi il contadino che mi stava aspettando:
- Signorina, mia moglie mi manda per invitarvi a casa nostra. Sta per piovere e non troverete nessuno che vi riporti sull’autostrada, venite a dormire da noi e domani mattina mio genero potrebbe darvi un passaggio…
Cenammo insieme nella cucina annerita dal fumo: zuppa di crauti con qualche pezzettino di pancetta e pane e con yogurt fatto in casa il cui sapore non ritrovai mai più . Mi diedero la stanza più bella. Sul comò tante fotografie di parenti defunti, tutti troppo giovani per morire di morte naturale. La signora accennò ai figli uccisi in guerra, ma lo sguardo severo del marito non le permise di fare altre confidenze.
Al mattino di buon’ora, albeggiava ancora, un giovane, il loro genero appunto, mi riportò sull’autostrada. Prima di lasciarmi mi mise in mano un fagottino di stoffa con dentro due mele e un panino.
Molti anni dopo, tra le poche cose che volli portare in Italia c’era questo tovagliolo ruvido, tessuto a mano.

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