Strumenti personali
Portale » Cogito Ergo Sum » Arteterapia: “l’inconscio racconta e l’arte del suo ascolto”
chagall3

Arteterapia: “l’inconscio racconta e l’arte del suo ascolto”

L’Arteterapia come psicologia clinica e psicoterapia d’avanguardia

 

 

 

Terapia e Arte: indicatori di qualsivoglia interpretazione soggettiva, esse sono parole più frequentemente collegate e unite (nell’espressività delle loro funzioni), ma decisamente meno frequentemente ritenute “sinonimi”.

Eppure: non è la terapia (qualsiasi “terapia”) un’Arte? Un’arte di psicologia clinica, ove il terapeuta (thérapon : aiutante, compagno) è  accanto al  “letto” (kline) con  artifizio e maestria che evocano una maieutica dall’informità di una teoretica altrimenti inchiostrata ma illeggibile?

E non è l’Arte una Terapia che muove la mano verso il ritrovamento di ogni non-conoscenza ritenuta superficialmente conoscenza? 

In fondo, Terapia si traduce in  “Cura” (“io curo, guarisco”) e in “Servizio” entrambi resi sia agli dei, con il culto, che agli uomini, con la medicina;  mentre con Arte si intende: fluidità del movimento (arterie) andare, mettere in moto, muoversi verso una meta; artificio, astuzia, sortilegio, incantesimo, da cui ricerca di innovazione.

Entrambe, quindi, terapia ed arte, sono soggetto ed oggetto di un “fatto” e attraverso esso sono unite;  nel costrutto, nell’azione si ha a che fare con la “pratica”, ossia quella pratica che incorpora sia la poiesis, (cioè la  prospettiva produttiva guidata dall’idea e rappresentata dalla tecnica), che la praxis, (ossia la prospettiva pratica rappresentata dall’azione stessa ) (Aristotele).

Terapia ed arte legano le funzioni dell’agire in una pratica, appunto, in quanto entrambe – tra l’altro - “producono” effetti visibili attraverso la percezione sensoriale: dall’interpretazione di un’associazione al frutto artistico: entrambi partono da un a-materia per raggiungere una concretezza che è differente, l’una dall’altra, solamente nella  trasposizione temporale.

Pratica, quindi, come fatto, come costruzione dell’uomo; ma esiste anche una “pratica” non conosciuta, anche se conoscibile, quella cioè che sfugge alle capacità cognitive dell’Io.

Non conosciuta ma conoscibile, come dire: dall’esterno all’interno; ed ecco un nuovo legame tra terapia e arte: la terapia porta dall’esteriorità della cosa alla sua riflessione interiore e l’arte passa dalla riflessione interna alla materializzazione espressiva esterna. Un intreccio dentro/fuori – diritto/rovescio che cambia nome ma che si costituisce vettore di acquisizione /cedimento di emozioni e sentimenti fino al compimento della consapevolezza.

L’intreccio dentro/fuori porta con sé un altro gioco, quella della “bugia/verità”: bugia è la fantasia, mentre verità è la realtà; però verità è anche la realtà/non realtà dell’inconscio.

Infatti, nel gioco della bugia/verità ben si colloca l’Inconscio.

Inconscio che è parola dell’arte ed è arte del silenzio.

 

Ancora, parola e silenzio dell’inconscio che si prestano ad un ulteriore gioco di opposti, in sodalizio con quello della bugia/verità.

Sono gli opposti della posizione apollinea/dionisiaca, della posizione, cioè, ordinata (Apollo) e caotica (Dioniso).

Credo dunque che sia giunto il momento di poter amalgamare i nostri termini, terapia ed arte, o arte e terapia, in un connubio fecondo e dunque pregno: terapia-dell’arte o arte-terapia.

Connubio, unione che contiene in sé, come del resto già visto a proposito dell’azione, elementi ispiratori per paradigmi unici, pur contenendo in sé l’aspetto della duplicità.

Duplicità che, del resto, è la base della relazione terapeuta-paziente, qualsiasi sia la forma di terapia.

Terapeuta apollineo/ paziente dionisiaco o, viceversa, terapeuta dionisiaco /paziente apollineo.

Il Vero e il Falso o il Falso e il Vero nelle posizioni via – via assunte dalle parti, come in una tragedia, la tragedia della malattia o la tragedia della visione della vita.

Ecco alcune affermazioni sul gioco verità/bugia da parte di Persone che hanno detto la loro sulla visione della vita e che hanno lasciato a noi, esecutori mentali di eredità profonde, il compito di non trascurare la crescita delle loro creature. 


Edward Munch (1963, 1944): La mia arte è in realtà una confessione fatta spontaneamente, un tentativo di chiarire a me stesso in che relazione sto con la vita. Fondamentale una specie di egoismo, ma non perdo la speranza che grazie ad essa riuscirò ad aiutare altri a vedere più chiaro.
Pablo Picasso (1881, 1973): La pittura è una bugia che dice la verità.

Friedrich Nietzsche (1844, 1900) :  L’Arte serve per non morire di Verità

Luigi Pirandello (1867, 1936): Basta che lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità. Nessuno ci crede, e tutti la prendono per pazzo!

Sigmund Freud (1856, 1939) : scherzando si può dire tutto, anche la verità

 Oscar Wilde (1854, 1900): Un uomo non è del tutto se stesso quando parla in prima persona. Dategli una maschera, e vi dirà la verità . Le cose di cui siamo assolutamente certi non sono mai vere .

Hermann Hesse (1877, 1962): Anche un orologio fermo segna l'ora giusta due volte al giorno.

Per tutti questi uomini, che hanno fatto parte della storia delle espressività artistiche, Freud compreso (v. i suoi studi sull’arte, l’interpretazione della novella di  Jensen ), il percorso dell’atto creativo è tenuto unito dalla consapevolezza che esistano due modi di essere dell’uomo: quello razionale (apollineo) e quello irrazionale (dionisiaco); entrambi sono categorie mentali e danno spiegazione dell’opera d’arte.

L’attinenza dello spostamento sulle categorie apollineo/dionisiaco rispetto all’argomento è rintracciabile nel fatto che, per questi uomini,  l’esistenza è soggetta ad interpretazioni sia esistenzialistiche che psicologiche in senso stretto nel rispetto sia di una ragione filosofica (estetica) sia di una ragione psicologica (etica).  Inoltre, più o meno tutti contrappongono apparenza ed essenza, avere forma ed essere forma (circa la stessa contrapposizione tra l’Io e il Sé ) e sicuramente tutti escludono l’inumano. 

 

 

Apollo è il dio delle arti plastiche, visive, della pittura, della scultura, patrono della poesia, e in definitiva dell’armonia e della misura. Protettore della città di Delfi, era venerato come dio oracolare, capace di svelare il futuro degli esseri umani. (trasposizione lecita con l’Io, del terapeuta o del paziente).

Dioniso è il dio dell’eccesso, della musica, dell’ immediatezza, e la follia attraverso cui possiede i suoi seguaci è l’oblio di sé, lo straripamento dagli argini della vita quotidiana, la pienezza (trasposizione lecita con l’Inconscio, del terapeuta o del paziente).

E, dunque, questo Inconscio (del terapeuta come del paziente, ossia dell’”artista”, stando alle associazioni iniziali) che racconta: cosa e come racconta?

Racconta un sintomo che è segno, ossia sta al posto di qualcosa d’altro e questo altro è ciò che causa la sofferenza: il sintomo è la concretezza, o la concretizzazione, della sofferenza dovuta a conflitti psichici da prendere tra le mani.

L’inconscio allora ci offre la preziosità del sintomo e della sua offerta all’altro. In questo modo, il simbolo diventa parola da dire all’altro, all’altro fuori da sé. Ogni dolore ha un suono ed è un po’ come dire che questi suoni-gemiti diventano nenia nella filastrocca del proprio romanzo.

Romanzo che solamente l’arte –  artifizio – della lettura con l’altro può nominare i vari personaggi/sintomi. Qualunque sia l’arte è irrilevante, così come è irrilevante la forma e l’oggetto di lettura, nel senso che può essere un testo di parole, un foglio disegnato, una scultura, o altro ancora.

L’inconscio allora è un testimone che veicola il significato di quanto la parola/sintomo/nel/corpo ci va vedere ma non capire: dunque, affiora l’azione traduttiva dell’inconscio.

In fondo, tradurre (tra-ducere)  è portare “da – a”  e, in questo senso, il ruolo è quello di traduttore / traditore, perché ogni traduzione è sempre e comunque uno spostamento  da una “stanza” all’altra.

Se l’inconscio ci porta nei viali delle traduzioni, occorre seguire dunque le strade dei tradimenti e abbandonare la cosa/che/sta/al/posto/di/altro per ritrovare il senso della lingua originaria.

Non solo l’inconscio ci segnala il viale della traduzione – tradimento, ma ci conduce nella rotta della comprensione. Una sorta di “cibernauta” che ha in sé, per definizione, l’arte del pilota (cibernetica: dal greco, arte del guidare e del pilotare).

Cosa vuol dire? vuole dire che se l’inconscio ci racconta la sofferenza rappresentata dal sintomo, bisogna  riconvertire il dolore rappresentato in una “depressione” che permetta il disinvestimento delle forze ed energie utilizzate nella formazione del sintomo stesso e porre queste forze ed energie nella soluzione (rendere liquido) del lenimento del dolore fino ad una applicazione vitale.

 

Questo il cerchio della complessità che unisce i termini e i significati dell’inconscio, della malattia, della psicoterapia, dell’arte, dell’arte-terapia.

 

Come ultimi punti della mia elaborazione, mi occuperò ora degli aspetti dell’interdisciplinarietà e delle prospettive future relative alle psicoterapie di avanguardia, a partire dall’arte-terapia, fermo restando quanto appena sostenuto circa  la presenza dell’inconscio, del suo racconto e del suo ascolto traslato (in psicoterapia).

A proposito  della collocazione dell’arte-terapia nello spettro disciplinare e multidisciplinare, occorre rendersi consapevoli della giovane età della sistematizzazione teoretica e applicativa della metodologia in questione (circa nella seconda metà del 1900).

Ma questo è argomento relativo alla capacità, da parte delle altre forme terapeutiche, di far spazio accanto se non addirittura dentro di sé, in modo comprensivo.

Non così giovane, invece, l’utilizzo delle sue comprensioni ed applicazioni spontanee, che possono farsi risalire a tempi lontani, dal teatro catartico greco in avanti, fino alle “sedute” di musico-terapia adottate nei manicomi arabi, fino agli Istituti  di cura psichica di Pinel del 1800, oppure fino ai rifugi isolati nei quali si svolgevano attività artistiche (“terapia morale”) come la pittura, scultura e musica (Vincent Van Gogh trascorse buona parte della sua vita in uno di questi rifugi). 

Piuttosto che di terapia dell’arte, credo sia più appropriato parlare di arte-terapia, in quanto l’arte, di per sé, non è strettamente terapeutica, e non lo è se intesa meramente come esigenza umana di rappresentazione estetica di temi universali o come forma di esistenza soggettiva; lo diventa, terapeutica, se mette in atto l’aspetto della  “comunicazione”, condiviso – appunto – dalle forme curative dell’arte- terapia.

Per quanto riguarda il riconoscimento dell’arte terapia nello spettro delle altre terapie, questo è stato possibile essenzialmente perché l’arte terapia  prende anch’essa in considerazione i bisogni del paziente e la debolezza del suo Io.

In particolare mi riferisco alla considerazione da parte della psicoterapia psicodinamica, tanto da intendere, oggi, una forma di arte terapia psicodinamica, con la quale condivide la strutturazione di un setting tranquillo e sereno in grado di favorire la generazione di amore e di spazio mentale (per sé, per il terapeuta e per la terapia), la capacità rievocativa delle esperienze emotive sepolte, lo sblocco dello sviluppo psicoaffettvio verso una maturazione dell’adultità, l’acquisizione di forza per affrontare la sofferenza reattiva.

Inoltre sono già condivisi, per definizione delle due modalità, l’uso e accoglimento delle figure retoriche, quale la metafora e la metonimia ,  la simbolizzazione, il distacco dall’immanenza verso la trascendenza, la trasposizione del qui ed ora verso un lì e allora.

E dunque, se gemellaggio e riconoscimento già esistono, quali i problemi e quali le prospettive?

Per quanto riguarda i problemi, io non mi soffermerei molto sui tipi di patologia già indagati in letteratura, ma osserverei quello stato patologico  un po’ trascurato dalla suddetta indagine.

A mio parere, ben osservate sono (oltre a quelle organiche e neurologiche) le patologie derivanti dalla distorsione degli affetti, mentre lo sono meno quelle dovute sia alla rigidità e prepotenza delle istanze  super-egoiche  che al loro sfilacciamento, che rendono ipertrofico, da un lato, e incontrollabile, dall’altro, l’Io del soggetto.

Il sadismo, così come il masochismo, come pure le perversioni e le depravazioni credo siano poco curate attraverso l’arte terapia. Vero è che sono patologie difficilmente affrontabili in qualsiasi ambito e all’interno di qualsiasi teoretica, anche perché manca – in genere – la motivazione alla guarigione, però ciò non toglie che le esperienze arte terapeutiche dovrebbero acquisire una autonomia in più rispetto a quelle che oggi sono definite terapie occupazionali e come tali utilizzate (penso ad esempio alle riabilitazioni nei penitenziari, portate avanti soprattutto attraverso l’occupazione e l’apprendimento di un mestiere atti ad un re-inserimento – non tanto alla comprensione del significato “affettivo” ed emotivo del reato).

Già questa questione del distacco dalla “terapia occupazionale” e quella della considerazione dei problemi derivanti dalle patologie del super-Io potrebbero essere considerate degli indicatori di nuove prospettive.

 

Inoltre, sempre per quanto riguarda le prospettive, ma in modo più altamente di alleanza, penso che esse potrebbero essere quelle di rendere l’arte terapia psicodinamica  più vicina alla psicoanalisi, e ciò potrebbe essere ottenuto, a mio parere, con due alternative.

Attraverso la prima alternativa, penso che occorrerebbe mettere in pratica quanto teorizzato a suo tempo sia da Eissler (1953) che, successivamente  da Gill (1984), ossia considerare le differenze che esistono tra una qualsiasi  psicoterapia dell’Io (che prenda in considerazione le difese del paziente, ossia dalla superficie al profondo, e i suoi bisogni e che da essi faccia discendere il tipo di tecnica) e la psicoanalisi – che è pratica interpretativa, rivolgibile quasi esclusivamente a chi possa sostenerla, all’interno di un dato setting, però modificabile attraversi i cosiddetti “parametri tecnici provvisori”.

Con questo modello di pensiero in testa, penso che anche la psicoanalisi possa accogliere di buon grado l’arte-terapia se essa sarà disponibile a farsi considerare “parametro provvisorio” per far fronte alle esigenze deficitarie del paziente, parametro utilizzabile al bisogno e rimesso in custodia fino a nuova necessità.

In tal modo, la psicoanalisi manterrebbe la sua concettualità di base (la garanzia della stabilità del setting), in quanto l'introduzione del parametro “arte-terapia”  si baserebbe sui quattro criteri postulati; ossia, il parametro  1) deve essere introdotto solamente quando sia provato che la tecnica di base non è sufficiente; 2) non deve mai oltrepassare il minimo inevitabile; 3) deve condurre alla sua autoeliminazione; 4) le sue ripercussioni sul transfert non devono mai essere tali che non possa più essere abolito dall'interpretazione.

A questo punto, la differenza tra psicoterapia (arte-terapia psicodinamica compresa) e psicoanalisi potrebbe consistere non tanto nell’introduzione delle modificazioni nel setting di base, tanto quanto sulla loro non analisi e non eliminazione (a questo punto, non sono più introduzioni provvisorie ma vere e proprie modificazioni di tecnica).

Ciò avrebbe la conseguenza di ottenere i risultati tipici di una psicoterapia (guarigione dal sintomo, attraverso destrutturazioni alloplastiche, ad esempio), senza però favorire l’acquisizione di insight che porterebbe alla modificazione strutturale dell’Io, che è obiettivo della psicoanalisi (maggiore mentalizzazione, creazione di nuove strutture ecc).

In aggiunta a ciò, seguendo Gill, occorrerebbe prendere in differente considerazione il fenomeno del transfert che permetterebbe una maggiore centralità sulla relazione con il terapeuta.

Quindi: la psicoanalisi potrebbe considerata l’arte-terapia sua alleata, e pure buona alleata, se essa si rendesse disponibile ad essere considerata – con tutta la dignità che merita – “parametro” provvisorio (per tutte le volte che si rendesse necessario) e se essa potesse prendere in considerazione l’interpretazione della produzione parola-artistica all’interno del setting qui- ed – ora in cui sia rigorosamente osservata la situazione trasnferale..

  

La seconda prospettiva potrebbe riguardare  l’attribuzione di un significato simbolico e concreto in più, in aggiunta, alla creazione artistica, soprattutto e a maggior ragione se essa viene praticata in centri di igiene mentale, consultori, strutture pubbliche (in genere gratuita).  

La psicoanalisi, a differenza ad esempio di terapie cognitivo/comportamentale o sistemica, che assegnano i compiti  (cioè una costruzione), non assegna alcun compito – che per natura stessa contenuta nel processo di “assegnazione” diventa manipolatorio (nota: esso è avvenuto solamente in pochissimi casi: v. il caso dell’uomo dei lupi)  -  se non quello contrattuale delle libere associazioni, della a-censura e quello del rigoroso rispetto delle regole della stanza d’analisi, all’interno della quale l’unico fatto concreto, oltre alla presenza, è il passaggio di denaro (possibilmente contanti) dalle mani dell’uno all’altro, quale compenso - ricompensa per l’analista.

 

Certo, anche altre forme di terapia hanno un compenso in denaro, ma probabilmente differente è il significato.

Lì, in psicoanalisi, il soldo è lo strumento regolatore che segna, da una parte, la dimensione di limite e, dall’altra, la rappresentazione affettiva della costruzione denaro-feci, ove le feci sono la decodifica del  prodotto “artistico” del paziente (come il dono del bimbo alla mamma).

Sembrerebbe irrilevante, ma non lo è, il fatto che il soldo-cacca debba essere “prodotto” dal paziente. Infatti, il denaro deve essere “prodotto”dal paziente con il proprio lavoro. (in fondo, si tratta di spostare il laboratorio della produzione).

Ecco, secondo me, una analogia che potrebbe essere convalidante delle similitudini e dell’accettazione della cornice epistemologica: il denaro “psicoanalitico”  e l’interpretazione verbale dell’oggetto “artistico” come forme di espressione non tanto - o meglio,  non solamente -  del dono, come prima affermato, ma come motivazione alla guarigione attraverso una  compliance molto più attiva.

Se prima al prodotto dell’arte-terapia è stato possibile attribuire il valore metaforico della quota di sofferenza psichica, esattamente come lo è il “prodotto” chiamato “libera associazione”, ora, in un passaggio successivo e creatore di ulteriori similitudini prospettiche – se vogliamo unificare i significati – occorre dare un nuovo risvolto, o meglio, un nuovo incarico alla consegna all’interno del setting della produzione del paziente.

Mi rendo conto della sottigliezza quasi sfuggevole, così come mi rendo conto della innovazione soggettiva della proposta, ma credo che l’elemento tangibile del “fatto/da/me/per/noi/e/per/la/mia/guarigione” sia proprio la donazione denaro/espressione artistica attiva.

 

Dunque, riassumendo il mio pensiero, credo di voler affermare che – dopo aver condiviso metodologia, tecnica e fine,  la produzione artistica oltre che oggetto lenitivo/terapeutico inizialmente incaricata debba anche essere considerata come elemento di soldo/dono per il raggiungimento della fase determinante della stabilità della motivazione portante alla condivisione attiva del lavoro terapeutico:

“io, soggetto sintomatico portatore di sofferenza, costruisco parole/oggetti/artistici sia come racconto tradotto dall’inconscio, sia come fatto che possa assumere (e deve assumere) la caratteristica trasformativa di feci/soldo che dono come mezzo interpretativo verbalizzato e finalizzato a me stesso – soggetto in sofferenza – , alla mia terapia e al mio compagno therépon, che accetta come condizione essenziale il mio dono creazione riconvertito in parola non mediata dal tempo della costruzione”.

Del resto, senza l’arte della reciprocità del saper donare e del saper ricevere non andremmo da nessuna parte.  

Concludo affermando che il mio modo di intendere e praticare, oggi, la psicoanalisi sarebbe arricchito da tale sodalizio e, pertanto, auspico che il circolo ermeneutico della nostra comunità scientifica non tralasci la mia proposta, soggetta – come tutte le idee (innovative e non) -  a tutti i processi del caso.

http://www.officinadellapsiche.it

 

Azioni sul documento