Arriva la rivoluzione
Stiamo vivendo l'inizio di una nuova grande era industriale. Ma gli Stati Uniti sono indietro. Toccherà all'Europa fare da motore di questa svolta
La Terza rivoluzione industriale è già qui, e ne stiamo vivendo i precocissimi esordi. Nel mondo reale, nel mercato, stiamo già assistendo a una prima proiezione a grandi linee di quella che sarà, anche se per qualche tempo rimarremo ancora nella Seconda rivoluzione industriale.
Carbone, petrolio, gas e uranio sono le fonti energetiche che hanno alimentato la Prima e la Seconda rivoluzione industriale, ma è chiaro ormai che siamo alla fine di questa epoca. Occorre lasciare che essa tramonti del tutto anche se, talvolta, i tramonti durano molto.
Abbiamo toccato la soglia limite. In questo periodo ci troviamo nel bel mezzo di tre crisi: della finanza globale, della sicurezza energetica, del cambiamento climatico. Sono tutte collegate e interdipendenti tra loro e si alimentano a vicenda. Sono di gran lunga più impressionanti, dal punto di vista del loro impatto, di qualsiasi altra cosa alla quale abbiamo assistito dalla Depressione degli anni Trenta in poi.
La crisi finanziaria globale è più che mai evidente e i 700 miliardi di dollari stanziati dal Congresso non possono salvare gli Stati Uniti d'America. Abbiamo vissuto gli ultimi vent'anni a indebitarci a livello personale e familiare sempre più per entrare nel processo di globalizzazione e far andare avanti l'economia americana. Abbiamo messo in piedi un castello di carte, non abbiamo costruito a partire da progressi effettivi e fondamentali della produttività. C'è stata poca innovazione e poco spirito imprenditoriale. Tutto è andato avanti semplicemente così, sottraendo alle famiglie americane i loro risparmi. Così è stato possibile comperare tutte le merci, i prodotti e i servizi del resto del mondo. La globalizzazione è ricaduta sulle spalle degli americani, e il prezzo da pagare è stata la decurtazione dei risparmi delle famiglie americane: nel 1991 il tasso di risparmio delle famiglie era del 9 per cento circa. Adesso è negativo. Spendiamo più di quello che guadagniamo. L'indebitamento attuale delle famiglie negli Stati Uniti è nell'ordine dei 13-15 trilioni di dollari. Sì, trilioni! Sono vent'anni che andiamo avanti così. E se c'è qualcuno che davvero crede che 700 miliardi di dollari potranno sopperire a un indebitamento di 13-15 trilioni di dollari, significa che vive nel mondo dei sogni.
Siamo arrivati a un momento critico. Stiamo disperatamente immettendo nel sistema capitali del governo e soldi dei contribuenti cercando di salvare dal fallimento e in extremis la Seconda rivoluzione industriale, con tutte le industrie che la compongono. Ciò che stiamo facendo, in sostanza, è puntellare una Rivoluzione industriale che è ormai giunta a fine corsa ed è tenuta in vita artificiale. Certo, sono convinto che una determinata quantità di capitali debba essere immessa per tenerla in vita artificiale, perché ci sono davvero troppe persone nei guai fino al collo.
Ma nell'insieme questa non è una soluzione ottimale. Credo che tutti siano consapevoli che teniamo in vita artificialmente la Rivoluzione industriale. Non si sente nessuno annunciare che dopo l'economia globale tornerà vitale. L'unica cosa che si sente dire è che non vogliamo che le cose peggiorino. Nessuno afferma che possiamo rimettere in moto l'economia, farla procedere oltre, toglierle questo sostegno artificiale. Ma se noi investiamo troppi soldi messi da parte dai nostri contribuenti per tenere in vita artificialmente la Seconda rivoluzione industriale e se le nostre riserve si riducono, non ce ne rimarranno a sufficienza, anche se ne avremo sicuramente bisogno per creare le infrastrutture necessarie a effettuare la transizione verso la Terza rivoluzione industriale. A quel punto sì che saremo in guai seri.
Adesso, però, dobbiamo assolutamente investire molti più capitali per innescare la Terza rivoluzione industriale. Trilioni di dollari, non centinaia di milioni o miliardi, per predisporre quanto prima possibile le infrastrutture necessarie alla Terza rivoluzione industriale. Stiamo vivendo un periodo storico decisivo e delicato. Sapremo presto se i leader politici e industriali saranno all'altezza della situazione. Il 24 ottobre a Washington abbiamo organizzato la Tavola Rotonda per la Terza rivoluzione globale alla quale hanno preso parte 70 amministratori delegati di società globali di Europa e Stati Uniti. Al meeting erano presenti gli uomini e le donne protagonisti principali della Terza rivoluzione industriale, seduti gli uni accanto agli altri per la prima volta. Si può dire che erano i quattro pilastri di una rivoluzione. Il primo: gli amministratori e i presidenti di tutte le più importanti società di energia rinnovabile. Il secondo: i rappresentanti delle principali società di costruzioni e immobiliari, perché noi vogliamo che gli edifici diventino centrali energetiche in grado di catturare e accumulare energia. In rappresentanza del terzo pilastro c'erano gli esperti di idrogeno, mentre del quarto pilastro c'erano le società di servizio pubblico (c'erano anche i rappresentanti di società informatiche, dell'industria automobilistica e delle società di logistica). Ma c'è stata anche una grande novità: per la prima volta abbiamo coinvolto le grandi cooperative. In alcuni paesi, come Italia, Spagna, Francia, Regno Unito, Germania, le cooperative sono molto potenti ed efficienti, rappresentano introiti per miliardi di dollari, e sono impegnate nel settore bancario, immobiliare, della produzione e dell'edilizia. Sono molto potenti anche in Giappone e Corea.
L'Europa è più pronta degli Stati Uniti a lanciare la Terza rivoluzione industriale. L'Unione europea è più avanti degli Stati Uniti per la questione della salvaguardia ambientale dagli anni Novanta. Gli Stati Uniti hanno guidato nel 1960 il movimento ambientalista. Ma dagli anni dell'amministrazione Reagan fino a quelli dell'amministrazione Clinton, l'ambiente è diventato una questione marginale, secondaria. L'Europa invece ci è passata davanti, perché il sogno dell'Unione europea si basa sulla qualità della vita. Il sogno americano, invece, invece si fonda sull'opportunità individuale. Qualità della vita significa più impegno comune, ricerca di un equilibrio tra il modello sociale e il modello di mercato. Ma non basta: richiede anche procedure più efficienti e ottimizzate, così che si possano controllare gli eccessi del mercato per essere sicuri che nessuno resti indietro e che i frutti siano distribuiti equamente. Quando si ha al centro della politica la qualità della vita, è necessario che il modello valga per la comunità nel suo complesso. La qualità della vita non può interessare infatti un'unica persona isolata dalle altre. Se si chiede agli europei qual è il loro sogno, per la maggior parte dei cittadini dell'Unione europea la risposta è avere una buona qualità della vita. Gli americani non la pensano così. Gli americani interpretano il sogno come un'opportunità per il singolo.
Credo che l'Europa sia in buona posizione per questo. E anche per altro: i diritti sociali e umani sono tanto importanti quanto quelli della proprietà, più importanti ancora, forse. In Europa lo sviluppo sostenibile è parte integrante del dibattito corrente, non è solo ricerca di una crescita illimitata, ma deve dimostrare di essere sostenibile. Nel continente Ue la chiave di tutto sta nel costruire ponti di pace. Per tutte queste ragioni il sogno europeo e la realtà europea si collocano a salvaguardia dell'ambiente e servono a promuovere e patrocinare iniziative di protezione ambientale. Non sono stati gli Stati Uniti, ma l'Unione europea, non dimentichiamolo, a patrocinare il primo Trattato di Kyoto. E sempre l'Ue ha guidato la battaglia contro gli ogm. È stata sempre l'Ue, anche se in seguito la cosa si è per così dire un po' stemperata, a chiedere una normativa specifica per monitorare le sostanze chimiche. Negli Stati Uniti neppure se ne parla.
L'Unione europea dovrebbe dire quanto segue agli Stati Uniti: al mondo esistono due superpotenze e noi dobbiamo lavorare insieme. Ma lo dobbiamo fare creando un partenariato con l'industria e quindi coinvolgere la società civile, perché si ha bisogno di tutti e tre al tavolo delle trattative. La gente è stufa, è arrabbiata, è frustrata, è delusa, è spaventata. I suoi risparmi sono svaniti, ha perduto il posto di lavoro, sente parlare incessantemente di una grave depressione. È spaventata a morte. A meno che non coinvolgiamo il settore pubblico, la società civile a ogni suo livello, con le imprese e il governo, il piano per la Nuova Rivoluzione Industriale non potrà funzionare. Si deve procedere dal basso verso l'alto e dall'alto verso il basso, finché non ci si incontra al centro. Ecco perché intorno al tavolo ci devono essere tre soggetti: i governi con i capitali pubblici, la comunità delle imprese con i capitali privati, la società civile con il capitale sociale.
testo raccolto da Antonio Carlucci
http://gruppoespresso.it - (30 dicembre 2008)

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