Arricchimento come Impoverimento
Ad un arricchimento materiale diffuso, corrisponde un impoverimento culturale, comportamentale e sociale.
Dire impoverimento significa – come riflesso immediato – parlare della crisi e
delle sue conseguenze obbligate: disoccupazione, precarietà, redditi più bassi,
con tutto ciò che ne consegue: rinuncia a quanto non sia strettamente
necessario, depressione da obbligata inattività, o magari doppio lavoro,
straordinari, ecc. per compensare l’inattività di un familiare, e pertanto
conflitti all’interno stesso delle famiglie, possibili ricadute indesiderate su
rapporti personali, ecc.
Il tutto inevitabilmente in un confronto negativo con la precedente condizione
di affluenza: e cioè complessiva facilità di vita, crescente accesso a consumi
non necessari ma via via impostisi come tali, svago vacanze viaggi per tutti
divenuti diritto e regola, sempre più frequente sostituzione di oggetti con
modelli più recenti (cellulare, motorino, auto, elettrodomestici, abiti, ecc.),
il bisogno del nuovo inavvertitamente assimilato dalla cultura dominante e
facile da soddisfare grazie alla maggiore disponibilità, esistenze largamente
prevedibili in un percorso senza traumi, ecc.
E però un confronto più attento tra la realtà attuale e quella che nessuno
ancora pochi anni fa riteneva a rischio, può significare anche altro; e
consentire non certo l’elogio della crisi e delle sue durezze, ma forse il
distacco di una riflessione più ampia e meditata, e magari la capacità di
analizzare senza riserve, e valutare a pieno, il senso e la qualità reale di
quella società che la crisi sta mettendo a rischio e che strenuamente si tenta
di recuperare.
Si tratta innanzitutto di una società che per larghe maggioranze ha significato
arricchimento. Non per tutti però. Minoranze in povertà spesso durissime,
disuguaglianze clamorose non sono mai mancate: non solo tra paesi “sviluppati”
e “sud mondo”, ciò che, chissà perché, si dà per scontato e in qualche modo
“normale”, ma anche in paesi dove per i più lo spreco è la regola e in qualche
modo perfino un dovere. Questo si tende a dimenticarlo, e già di per sé
costituisce un dato negativo.
Consumo come identita
Ma non voglio parlare della povertà dei poveri. Già se n’è ampiamente detto. E
sono realtà che non si possono dimenticare, ma che forse sarebbe più facile
combattere, e forse anche superare, andando alle radici stesse e alle tante
diverse forme della povertà. Mi riferisco a quell’impoverimento diffuso, che
riguarda anche i ricchi: impoverimento di tutt’altro genere dalla povertà che
solitamente indichiamo con questa parola, anzi determinato dagli stessi
meccanismi che inducono l’arricchimento materiale: cioè aumento di reddito, e
di conseguenza aumento di consumi.
Di questo credo sia bene cercare, possibilmente riuscire a individuare, le
cause profonde e determinanti. Il capitalismo, cioè la forma economica oggi
dominante in tutto il mondo, si fonda sull’accumulazione di plusvalore, che si
realizza mediante una continua crescita esponenziale della produzione di merci.
Questa, che è la regola fondante del nostro sistema produttivo, ha trovato il
suo momento di massimo slancio nel periodo di circa un trentennio, successivo
alla seconda guerra mondiale (les trente glorieuses, come dicono i francesi)
caratterizzato dall’euforia della ricostruzione postbellica, durante il quale
la crescita produttiva nella forma dell’accumulazione capitalistica ha
oggettivamente significato un progressivo, notevole miglioramento delle
condizioni delle classi lavoratrici: è in questo periodo che nasce lo “stato
sociale”, con una serie di doveri della pubblica amministrazione nei confronti
dei cittadini, dalla scolarizzazione di massa, all’assistenza sanitaria, al
pensionamento per tutti, ecc. ; è a partire da questi anni che la crescita di
produzione e consumo comporta uno “sviluppo delle forze produttive”, come si
diceva, in virtù del quale pareva degna di fede l’attesa di un futuro sempre
più prospero per tutti.
Al tempo stesso, in conseguenza di questi fatti, si andava producendo una
decisiva profonda trasformazione dell’intera collettività, che non a caso
proprio allora venne definita “società dei consumi”. E’ un fenomeno che in
qualche modo trova il suo antefatto più significativo in un particolare momento
della strategia industriale americana, di cui il genio di Gramsci colse e
sottolineò l’importanza: quando cioè Henry Ford aumentò spontaneamente il
salario dei suoi operai perché – disse – potessero comperare le sue automobili.
In realtà proprio questo era il meccanismo: più reddito in grado di sostenere
maggior consumo, capace cioè di assorbire una produzione sostenuta da un
inarrestabile progresso tecnologico e pertanto in vertiginosa crescita.
Nello stesso periodo trovavano potenziamento qualitativo e esplosiva diffusione
i mezzi di comunicazione di massa, cioè radio e soprattutto televisione,
destinati a imporsi rapidamente come presenze imprescindibili nella vita di
tutti, e come strumenti decisivi della sua qualità, in particolare in quanto
mezzi di diffusione della pubblicità: uno strumento che (al di là della sua,
peraltro imprescindibile funzione promozionale di merci, e quindi di induzione
al consumo) si è andata imponendo come potente fabbrica di mode e modelli,
addirittura come principale agenzia di cultura di massa.
Sono questi gli antefatti decisivi delle dinamiche economiche e comportamentali
che definiscono la qualità umana più diffusa nella società attuale: la quale
(per buona parte almeno) mentre da un lato si arricchisce, dall’altro
fatalmente si impoverisce, fino a smarrire alcune delle migliori dimensioni
tipiche della stessa natura umana e premesse della sua storia. E non potrebbe
essere altrimenti in un mondo in cui (soprattutto a partire dall’89, con la
caduta del muro di Berlino) si è andata progressivamente determinando la
preminenza assoluta dell’economico su ogni altra dimensione; in tal modo
praticamente cancellando la funzione e il peso della politica, via via sempre
più a rimorchio del mercato. Il quale a sua volta, via via che assumeva
dimensioni planetarie, puntava sull’estremo incrudelirsi di dinamiche
concorrenziali, di fatto trasformate in una sorta di vera e propria guerra,
dove solo la morte dell’avversario può garantire sopravvivenza: in obbedienza a
comportamenti e scelte che fatalmente finiscono per segnare in misura decisiva
anche spazi e rapporti di tutt’altra natura. Fino a determinare la qualità
della società intera, ivi comprese le scelte di vita degli individui e i loro
rapporti con gli altri.
In questo orizzonte infatti, in cui la dilatazione dei mercati, la quantità del
prodotto, la crescita del Pil, a prescindere dai loro contenuti, s’impongono
come il fine unico e indiscusso dell’agire sociale, reddito e consumo
individuali non possono non essere vissuti come elementi primari di definizione
della qualità e al limite dell’identità stessa della persona. Tanto più che
innegabilmente tutto ciò, nel mondo occidentale, ha comportato un reale
miglioramento delle condizioni materiali di ampie fasce di lavoratori, e in
genere delle classi medio-basse.
Ma se l’acquisire, possedere, consumare, s’impongono quali obiettivi
prioritari, o addirittura unici e imprescindibili, di ogni vita, così come la
pubblicità implicitamente ma inesorabilmente suggerisce, e come i mezzi di
comunicazione - quasi tutti - passivamente ribadiscono; se non bere quel
determinato aperitivo è decisamente squalificante negli ambienti “che contano”;
se non raggiungere almeno una volta un certo luogo di vacanza significa
“valere” assai meno di chi abitualmente lo frequenta; se non avere una data
automobile equivale a non esistere; se il consumo insomma mette in gioco la
stessa identità della persona, anzi si impone come elemento decisivo di ogni
identità, per le maggioranze diventa inevitabile seguirne l’invito: tanto più
in una realtà come quella attuale, in cui la velocità del mutamento sociale e
culturale di per sé rende incerta e difficoltosa la definizione e la difesa di
un’identità sufficientemente solida.
Se poi competitività, rivalità, aggressività, prevaricazione, sono l’unico
mezzo per riuscire in tutto ciò, e solo a questo modo ottenere, comperare,
possedere l’oggetto del desiderio, diviene addirittura “normale”, assumere e
praticare comportamenti ad esso conformi. E non importa se sono comportamenti
al limite dell’illecito, o decisamente illeciti: non è un caso appunto che
assai di frequente le cronache parlino di furti, pestaggi, perfino omicidi, a
causa di un motorino, un cellulare ultimo modello, un giubbotto firmato, e
simili; fatti tutt’altro che insoliti specie tra i giovani, cioè i soggetti
psicologicamente più fragili.
Certo, si tratta di eventi-limite, e però indubbiamente indicativi di come
l’artificiosa creazione della domanda - fondata sull’induzione sistematica di
desideri, comportamenti, scelte di vita, funzionali a quella crescita oggi
divenuta una sorta di vangelo- sia capace di deformare le coscienze, non di
rado fino al limite del codice penale. E non è un caso che la corruzione sia
oggi talmente diffusa, in ogni ambiente e a tutti i livelli, da essere
considerata ormai un peccato veniale, qualcosa che appartiene alla normalità:
così fan tutti…
Impoverimento è il tema di questo incontro. Non è impoverimento tutto ciò, cui
vado sommariamente accennando? Un impoverimento - psicologico, culturale,
comportamentale, sociale - che, paradossalmente, si è verificato non solo
insieme all’arricchimento materiale, ma a causa dell’arricchimento stesso, e
dei modi in cui si è andato realizzando. Cioè in sostanza in conseguenza del
fatto che tra le due dimensioni fondanti del nostro esistere (quelle di cui già
Engels parlava ne “L’origine della famiglia”, distinguendo tra “produzione
delle merci” e “produzione degli uomini”) sia oggi la produzione delle merci ad
imporsi non solo come indiscusso valore prioritario, ma come termine di
riferimento e misura dell’agire collettivo, tendente all’assimilazione, e al
limite all’identificazione tra “produzione degli uomini” e “produzione delle
merci”.
Impoverimento
Non è impoverimento il fatto che la dimensione economica - in pratica la
quantità - invada, e per gran parte determini anche quelle espressioni
dell’attività umana che, per loro natura e di conseguenza per tradizione, ne
sono state sempre rimaste immuni: come l’arte, la musica, la letteratura, la
filosofia, i prodotti insomma più nobili e più esclusivi della nostra specie? I
quali viceversa oggi, sempre più spesso, vengono risucchiati e inglobati nel gran
circo - mediatico e non - dell’industria culturale, di cui la quantità, ancora
una volta, è misura di valore; e spesso tutto ciò in qualche modo s’impone
necessariamente, salvo l’insuccesso e al limite l’inesistenza.
Oggi - in questo campo come in ogni altro - c’è troppo di tutto: troppo anche
delle iniziative più felici e delle loro migliori realizzazioni. Oggi ci sono
troppi libri, troppe riviste, troppi dibattiti, troppi convegni, troppe mostre,
troppi film, troppi concerti, troppi festival, troppe pubbliche letture, troppi
“eventi”, come ormai vengono chiamate anche operazioni di puro mercato… E, se è
vero che ciò non impedisce grandi meritati successi nei casi in cui qualità e
attenzione pubblicistica si incontrano, non è raro il silenzio in casi di
operazioni più che meritevoli. Ma ciò che a me pare innegabile è la complessiva
dequalificazione derivante soprattutto dalla stessa quantità di un’ attività
culturale complessivamente sempre meno degna di questo nome.
Così come il turismo di massa è una pessima caricatura di ciò che “il viaggio”
è stato storicamente, ed era ancora alcuni decenni fa: scoperta di dimensioni
esistenziali lontanissime dalla nostra, panorami impensabili, cresciuti
nell’ambito e ad opera di civiltà a noi sconosciute. Oggi il viaggio, anche in
terre lontane e mai visitate, significa assai spesso l’incontro con tante
piccole e meno piccole Manhattan, con abiti di Lanvin e scarpe di Gucci, e
pizza, Fast food, Coca-Cola, e così via… Tutto questo è impoverimento,
individuale e sociale. Non credo lo si possa negare. E di nessun fondamento
sono gli argomenti di chi vorrebbe accusare come antisociale e
aristocraticamente snobistico un discorso di questo tipo: il turismo di massa
ha distrutto l’anima delle grandi città d’arte, e non mi pare proprio che
queste distratte comitive di persone che vi si aggirano ne traggano reali
vantaggi: la quantità, logica portante del mercato, non è mai stata, né mai
sarà coniugabile con la qualità.
Ma un altro fatto va annoverato tra le più pericolose manifestazioni di quell’
“impoverimento da quantità”, o se volete “impoverimento da arricchimento”, che
è tema di questo incontro: il fatto cioè che proprio la quantità della
produzione in crescita esponenziale, regola portante del capitalismo (proprio
quella “crescita” che ad ogni momento, in ogni luogo e occasione, viene
invocata come imprescindibile politica per il superamento della crisi, e
dell’impoverimento che ne deriva), la quantità, ripeto, è la causa principale
della crisi ecologica planetaria. Crisi che – come immagino sappiate, o almeno
abbiate sentito dire – rappresenta la minaccia più grave per il futuro
dell’umanità; e già ha provocato sciagure immani un po’ dovunque nel mondo.
I conti della natura
Forse può essere utile riandare le vicende di questo tipo (le più gravi almeno)
verificatesi l’estate scorsa. Tutti immagino ricordiate la gigantesca
polivalente catastrofe del Golfo del Messico, scoppiata in aprile e di fatto
tuttora irrisolta. Seguì un maggio con “Laila”, il primo ciclone indiano (23
morti e più di 70mila profughi), e con una serie di alluvioni in Polonia,
Ungheria, Serbia, Repubblica Ceca (almeno 9 morti, perdite per miliardi di
euro); abbiamo avuto poi un giugno con 152 morti e oltre 100 mila dispersi in
Guatemala, Honduras e Salvador, oltre a una gravissima siccità in Niger e Mali;
e un luglio con una prima alluvione in Cina (123 morti o dispersi) e un’ondata
di freddo polare sul cono sud dell’America Latina.
L’agosto portò temperature oltre i 50° in Russia (e incendi devastanti,
giornate irrespirabili, perdite calcolate sui 15 miliardi di dollari, centrali
atomiche a rischio e di nuovo l’incubo di Chernobil); e poco dopo fu la
catastrofe Pakistana, gigantesca onda di piena che ha percorso l’intero bacino
dell’Indo da nord a sud, ha sommerso un terzo del territorio nazionale,
distrutto raccolti per 1 miliardo di dollari, ucciso 1600 persone, costretto 20
milioni a sfollare. Nello stesso periodo un’altra inondazione colpiva la contea
cinese di Zhoku, in 24 ore causando oltre 700 morti.
D’altronde l’agosto non si è limitato a colpire il cosiddetto Sud del mondo, da
sempre soggetto a tutte le maledizioni: un super-monsone ha allarmato l’Europa,
con una corrente d’aria fredda penetrata nel nord del nostro continente,
facendo soffrire prima l’Inghilterra, poi Francia, Nord Italia, Sicilia, Medio
Oriente. Mentre una corrente di aria calda dal Sud Mediterraneo saliva verso
nord, raggiungeva Repubblica Ceca e Russia:15 morti. Parlare di “impoverimento”
è davvero inadeguato, ma non c’è dubbio che - oltre i lutti, le malattie, le
devastazioni - tutti questi popoli, già prima non proprio in condizioni
floridissime, si ritrovino ora molto più poveri.
E ciò continuerà ad accadere, anche a prescindere da catastrofi eccezionali.
Basta che l’umanità insista nei consueti livelli di consumo. Proprio il 17
agosto scorso (ancora agosto!) il “Global Footprint Network” (nota
organizzazione americana di ricerca ambientale) ha pubblicato, come ogni anno,
lo stato dei “conti della natura”. I quali ci dicevano che, il 21 agosto, con
un mese di anticipo rispetto allo scorso anno, l’umanità avrebbe esaurito tutte
le risorse che la natura le aveva destinato come “riserva” da cui attingere nel
2010: sia per soddisfare i propri bisogni di sopravvivenza, sia per alimentare
la produzione di ogni sorta, anzi - come la nostra economia vorrebbe - la
crescita di ogni produzione.
Dal 21 agosto stiamo dunque consumando il “capitale” naturale. Ed è una netta
rottura rispetto alla storia della specie umana, da sempre avvezza a un consumo
di risorse inferiore a quello che il pianeta era in grado di rigenerare, e
pertanto continuare a fornire. Da circa tre decenni abbiamo superato la soglia
critica, ogni anno anticipandone la data: e - come commentano gli autori della ricerca
- “la Natura
sta per toglierci la fiducia”. Se l’umanità insiste su questa via, un grave
impoverimento, molto concreto oltre che culturale, psicologico e
comportamentale, ci aspetta.
Rischio di collasso
Occorre dire che di tutto ciò i responsabili delle nostre sorti - politici,
economisti, grandi imprenditori - non sembrano in alcun modo preoccupati.
L’ambiente, tema da tutti loro a lungo ignorato, oggi si pone al massimo come
una sorta di variabile marginale, di cui si è costretti ad occuparsi quando ci
colpisce direttamente, e inevitabilmente ci si trova a confrontarsi con una
emergenza, ma che abitualmente viene accantonato, o al massimo ridotto a
qualche provvedimento di piccolo riformismo: mentre la crescita produttiva,
ormai da tutta la comunità scientifica indicata come la causa prima del
dissesto ecologico, rimane l’obiettivo primo delle loro scelte.
Una politica di cui – come ho cercato di dire – è inevitabile conseguenza non
solo l’impoverimento della qualità sociale, ma il rischio di collasso
dell’intero ecosistema terrestre, con conseguenze che non vogliamo nemmeno
provare a immaginare.
Testo della relazione svolta il 25 settembre 2010 al convegno organizza to
dall'Associazione Itinerari e Incontri a Monte Giove, dedicato a «L'età dell'
impoverimento».
da Critica Marxista, n. 5 / 2010, settembre-ottobre

Precedente: Da Pitagora a Ipazia Quando la matematica fabbrica falsi miti








