Addio al giovane Holden
È morto l' ultimo uomo nell' ombra, ci restano Fabrizio Corona, Sarah Palin e la compagnia di giro.
Parafrasando il giovane Holden: se davvero ci tenete, forse vorrete sapere dove J.D. Salinger si nascose e morì, quanto ci teneva al buio in cui si era infilato e come gli diedero la caccia, ma se volete che sia sincero, non mi va di farlo.
È morto l' ultimo uomo nell' ombra, ci restano Fabrizio Corona, Sarah Palin e la compagnia di giro. L' ultimo delitto sarebbe far luce nella caverna dove Salinger si era ritirato. E certo: nella società dell' apparenza lascia la scena l' unico che era diventato un mito senza farsi vedere mai, togliendo la propria faccia dal risvolto del suo romanzo, imponendo la copertina bianca, non concedendo più interviste, figurarsi andare in televisione, smettendo addirittura di scrivere.
Più lui si ritirava più la sua fama cresceva, rispondendo alla più subdola e scontata legge di seduzione. Dice oggi il suo agente: «Era nel mondo, ma non del mondo». Il mondo è banale, e Salinger pure lo era, ma a differenza di molti, di quasi tutti, aveva imparato a tenere, se non a bada, per sé gli istinti, che per definizione sono bassi.
Il giovane Salinger era, come chiunque, assetato di conferme, di ammirazione, successo. Scriveva e voleva essere pubblicato. Più che banale, naturale. Mandava lettere ai direttori di riviste, allegava racconti, caldeggiava la sua prosa. Poi che accadde? Il suo desiderio venne esaudito ed è scontato anche ricordare che questa è talora la più grande maledizione per un uomo. Si trovò tra le mani il libro con il suo nome sopra, le sue parole dentro e la sua faccia in fondo. Lo vide diffondersi, lesse le recensioni entusiaste e condiscendenti. Come può capitare a chi scrive, si sentì attribuire dai lettori, a tutti i livelli, pensieri e intenzioni che non aveva mai avuto.
Scoprì che essere capito è a volte più terribile che essere frainteso. Che l' ammirazione sfregia più dell' indifferenza. Che scrivere è una cosa, pubblicare un' altra. Chi è del mondo scrive per essere letto, recensito, per presentare il proprio lavoro (magari chiamandolo opera) in una sera di baldoria davanti all' inclito relatore e al generoso pubblico in una libreria del centro, per tenerlo sulle ginocchia al talk show, inserito a sproposito dal conduttore in una pausa che dovrebbe dichiararsi pubblicitaria.
Salinger, che invece era nel mondo, guardò tutto questo prima che si materializzasse e ne fuggì. Scappò dalla 57ma strada di Manhattan dove abitava, dalle tavolate di scrittori all' Algonquin hotel dove l' invidia prendeva la maschera della solidarietà, da quei vacui momenti in cui essere riconosciuti è considerato un modo per accettare il proprio percorso. Scappò da se stesso. Perché aveva dentro le stesse debolezze di chiunque, le mie (lo ammetto), le tue (di te che stai leggendo e stai scrivendo e sogni di avere successo per questo). Le sue debolezze per le donne, sempre più giovani, dipendenti, malleabili.
Cercò di esorcizzare il diavolo che bussava alla sua porta con un patto da firmare. Andò lontano, nel New Hamsphire, in mezzo al nulla. Secretò l' indirizzo, staccò il telefono, fece bruciare le lettere degli ammiratori arrivate all' editore. Altroché blog, interfaccia con il pubblico, scambio virtuoso. Voleva essere solo con il proprio demone, che soltanto la scrittura curava, con l' impossibilità di essere felicemente se stesso, di accettarsi come uomo (e chi ne è capace quando cala la notte, si disvelano gli specchi e la memoria mette in canna tanti colpi per quante volte la si è fatta franca?).
Aveva un talento, oh certo. Ma chi ha un talento è il primo, talora l' unico a conoscerne il limite. E più il mondo lo esalta più pensa che il mondo è incapace di giudizio. Restano due tentazioni: il fallimento come liberazione o l' esilio come rimedio. Salinger era in esilio, ma pur senza muoversi ne è scappato più di una volta. Erigeva steccati per impedire l' ingresso di studenti universitari che a tradimento pubblicavano articoli su di lui, ma finì per invitare lui stesso una bella diciottenne che era finita in copertina del supplemento del New York Times per un suo scritto. Joyce Maynard, si chiamava. Vissero insieme dieci mesi.
Come poteva non sapere che avrebbe scritto un libro, prima o poi, su quella esperienza? L' ho conosciuta, molto tempo fa. Era questo tipo di donna: si era fatta ingrossare il seno e aveva tenuto una rubrica dal titolo "Vita da maggiorata", se l' era fatto sgonfiare e aveva scritto un articolo sull' evento, corredato da una foto in cui impugnava due borse della spesa piene di silicone. Come dissero di lei: la sola cosa di cui non potrebbe scrivere è la propria morte, ma ha raccontato nei dettagli quella della madre. Come ha fatto della vita di Salinger in esilio.
Non mi va di riportare neppure una riga delle sue "rivelazioni", né di quelle della figlia del primo matrimonio di Salinger. Si detestavano. Lui si accompagnava con donne dell' età di lei. C' è qualcosa di psicologicamente significativo in questo, o di terribilmente banale?
Per 58 dei suoi 91 anni, da quando due anni dopo l' uscita del Giovane Holden lasciò New York, Salinger ha cercato di dirci una sola cosa, la stessa che lo scrittore svedese Stig Dagerman scrisse in epigrafe prima di suicidarsi a 31 anni, nonostante il successo e tutto: "Dimenticatemi spesso". Dimenticate che c' è un uomo dietro queste parole che leggete, non portatene in giro l' effigie, non mettetela sulle magliette (neanche le parole, se potete), non trascinatelo in un auditorio dove una signora si alza emozionata a chiedergli: "Quanto c' è di autobiografico nel suo romanzo?". Non pensate che sia diverso da voi, non dico superiore, dico appena diverso: mangia carote, starnutisce, fa la spesa (non fotografatelo per questo), se può si porta a letto le ragazzine.
C' è un solo momento che lo rende differente, uno solo in cui una luce di taglio lo illumina, in cui non si tortura per nulla, non insegue niente e nessuno, ma si concede un atto di pura grazia (e ogni uomo ne ha uno, ma a volte passa la vita senza scoprirselo): è quando scrive.
J. D. Salinger che scrive, non J. D. Salinger dentro un libro nelle tue mani: in quello si riconosceva, accettava, consolava. Lì ha voluto nascondersi negandoci (assai più che negandosi) ogni altra pubblicazione. Lì ogni tassello dentro di lui era al suo posto. Che abbia scritto ancora una frase o un mare di pagine. Che sia stato sereno per un minuto o per anni, lontano da noi: lì ha vissuto e lì si è sepolto. E lì, rispettosamente esclusi, lo lasciamo.
http://www.repubblica.it 29 gennaio 2010

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