Addio a Sylos Labini: scoprì il ceto medio
5 anni fa scompariva Sylos Labini. Ripubblichiamo l’articolo del Corriere
L’ economista Paolo Sylos Labini è morto ieri nella clinica romana Villa Carla.
Aveva 85
anni ed era da tempo ammalato. La camera ardente verrà allestita domani nel
dipartimento di Scienze statistiche de «La Sapienza»; i funerali si svolgeranno sabato
mattina nella città universitaria. Scrivo di getto, sotto l’ impulso di una
forte
commozione, senza l’ ausilio della mia biblioteca: spero che i lettori mi
perdoneranno le
imprecisioni. E spero di tornare a parlare di Paolo Sylos Labini su questo
giornale con
maggior calma e in modo più riflessivo: in un Paese di nani, ci ha lasciati un
gigante, un
gigante di cui ho avuto la fortuna di essere allievo, e devo fare uno sforzo
per essere
obiettivo. Per farlo scompongo in vari pezzi una persona in cui doti e lacune,
pregi e
difetti, slanci e chiusure si componevano in una identità inconfondibile,
compatta,
difficile da scalfire. E ne so qualcosa. Paolo Sylos è stato un grande
economista,
sicuramente il più noto e apprezzato all’ estero, insieme con Piero Sraffa,
nella seconda
metà del secolo scorso. Allievo di Alberto Breglia a Roma negli anni Quaranta,
aveva
seguito per un anno a Harvard le lezioni di Schumpeter, nel 1949 o nel 1950, se
ben
ricordo. Insieme ad Adam Smith, Schumpeter – e attraverso di lui la tensione
tra
sensibilità storica e ambizioni teoriche – rimase il punto di riferimento di
tutta la sua vita
di studioso. Tornato in Italia, scrisse un saggio profondamente originale, se
valutato nel
contesto della teoria dei mercati allora dominante: Oligopolio e progresso
tecnico
(1956). Si trattava di un lavoro molto ricco, pieno di spunti, ma divenne
soprattutto noto
attraverso la brillante modellizzazione che Franco Modigliani fece del suo
nucleo
teorico, la teoria del prezzo limite. Si tratta di un pezzo dell’ analisi dell’
oligopolio che
oggi è ricompreso nel capitolo sui mercati contendibili, ma che fino a non
molti anni or
sono tutti i manuali d’ economia riprendevano dall’ articolo di Modigliani.
Altri economisti
si sarebbero fermati a rifinire ed estendere l’ argomento che aveva dato loro
la fama:
Sylos Labini andava laddove lo portava la sua inesauribile curiosità, l’
urgenza dei
problemi economici e sociali che riteneva politicamente più importanti. Nel
periodo in cui
gli sono stato più vicino, alla fine degli anni Sessanta, stava lavorando sugli
argomenti
che presero forma in Sindacati, inflazione e produttività: altro libro
straordinario, su cui
si è formata la mia generazione di political economists, di economisti che non
dissociano un’ analisi precisa dell’ economia dal contesto politico e
istituzionale in cui
essa si svolge. Mi fermo qui, per il Sylos Labini economista, lasciando ad
altri suoi
allievi, più giovani, il gusto di parlare dei lavori successivi, quelli coevi
alla fase in cui gli
furono vicini: sull’ economia italiana, sulla teoria del valore, sulla storia
delle idee
economiche, sullo sviluppo e il sottosviluppo, il grande tema schumpeteriano e
smithiano su cui ha continuato a produrre lavori eccellenti fino a pochi mesi
or sono.
Perché questo era tipico di Sylos insegnare facendoti partecipe del lavoro che
lui stava
facendo. Andavi a trovarlo, nel suo ufficio o a casa sua, con alcuni problemi
che ti
assillavano. Risolti rapidamente questi, ti trovavi sommerso nei problemi che
assillavano lui. Problemi di economia, ma anche del tutto estranei all’
economia, di
sociologia, di storia, di impegno politico immediato. Sociologia. Chi non
ricorda un
saggio che fu una bomba nei primi anni Settanta, che costrinse tutti i
sociologi a
misurarsi con lui, il Saggio sulle classi sociali? Il modo in cui quel libro
venne costruito
era tipico del metodo di lavoro di Sylos Labini. Poche grandi opere di
riferimento, Smith,
Marx, Schumpeter e non molto altro, perché non era da lui costruire «libri a
mezzo di
libri», passando da citazione a citazione. Spesso erano i suoi assistenti (o
meglio, i suoi
«assistiti» come ci chiamava) a ricordargli: professore, questo l’ ha già detto
il sociologo
X, il filosofo Y o l’ economista Z. «E allora? – replicava – Io lo dico alla
luce dei dati che
sto considerando». Questo era il suo metodo: il saggio sulle classi sociali
nacque da
una ispezione attenta e curiosa dei dati censuari, dalla scoperta – in un
momento in cui
la classe operaia era il soggetto politico di riferimento – che il nostro era ed
era sempre
stato un Paese di classi medie, di piccola borghesia, e di una borghesia media
e alta in
cui si annidavano rentier e «topi nel formaggio». Impegno politico e civile.
Questa è una costante della vita di Sylos, e attraversa i più diversi campi. La
consulenza ai governi
del centrosinistra: il Saggio sulla programmazione, scritto insieme a Giorgio
Fuà, fu un
lavoro importante nella seconda metà degli anni Sessanta. Siro Lombardini,
Giorgio
Ruffolo, Federico Caffè, insieme a Giorgio Fuà, furono i suoi compagni in un’
avventura
in cui un socialista liberale come Sylos Labini credette profondamente ed il
cui
fallimento lo lasciò molto amareggiato. Ma anche impegni riformistici a raggio
più corto
e con un impegno personale più diretto. Per esempio, l’ impegno cui si dedicò,
con la
passione meridionalistica che derivava da Gaetano Salvemini e da Giustino
Fortunato,
per fare dell’ Università della Calabria a Cosenza un campus modello. Nino
Andreatta
era rettore e Sylos Labini preside della facoltà di Economia: difficile
immaginare due
persone in apparenza così distanti – la passione fredda di Nino e quella
caldissima di
Paolo – eppure così vicine. O ancora, la continua attenzione ai problemi di
riforma dell’
Università. O l’ ambizione di creare, dopo i disastri degli anni Trenta e
Quaranta, del
fascismo e dell’ economia corporativa, un gruppo di economisti italiani degni
della
grande tradizione da cui la nostra scienza economica era nata e capaci di
interagire da
pari con gli economisti anglosassoni. I giovani economisti italiani d’ oggi,
che vivono a
cavallo tra gli Stati Uniti e il nostro Paese, non sanno quanto devono a uomini
come
Sylos Labini, Sergio Steve, Caffè, Lombardini, Fuà. Altri «pezzi» potrei e
vorrei
aggiungere, di una personalità straordinaria. Ma dovranno aspettare, e con essi
l’
insieme, il daimon che l’ ha mossa nella vita, una riflessione più serena. La
vita Gli studi
a Roma e Harvard Nato a Roma il 30 ottobre 1920, Paolo Sylos Labini era uno dei più noti e prestigiosi economisti italiani Dopo la laurea, conseguita nel 1942,
aveva compiuto studi di specializzazione
all’ estero (Harvard e Cambridge) per poi insegnare a lungo nelle
università di Catania, Bologna e Roma «La Sapienza» Allievo di
Joseph Schumpeter, era noto negli ambienti
della ricerca internazionale per i suoi studi sullo sviluppo e sull’ inflazione
All’ attività
scientifica Sylos Labini aveva sempre affiancato l’ impegno civile, da
posizioni di sinistra
laica riformista In particolare il suo «Saggio sulle classi sociali» del 1974
aveva
suscitato un largo dibattito, in quanto sottolineava il ruolo cruciale dei ceti
medi, contro
le teorie marxiste allora prevalenti in ambito progressista Negli ultimi anni
Sylos Labini
aveva intrapreso una dura polemica contro Silvio Berlusconi e la sua coalizione
governativa LE OPERE Dall’ oligopolio agli «anticorpi» Tra le opere di Paolo
Sylos
Labini ricordiamo «Oligopolio e progresso tecnico» (Laterza, 1956); «Economie
capitalistiche ed economie pianificate» (Laterza, 1960); «Problemi dello
sviluppo
economico» (Laterza, 1970); «Saggio sulle classi sociali» (Laterza, 1974); «Le
classi
sociali negli anni ‘ 80» (Laterza, 1984); «La crisi italiana» (Laterza, 1995);
«Sottosviluppo» (Laterza, 2000); «Un paese a civiltà limitata. Intervista su
etica, politica
ed economia» (Laterza, 2001); «Berlusconi e gli anticorpi. Diario di un
cittadino
indignato» (Laterza, 2003); «Torniamo ai classici. Produttività del lavoro,
progresso
tecnico e sviluppo economico» (Laterza, 2004)

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