Abuso di potere. Quando è l’istituzione a violare tutte le regole
L´abuso di potere è un fatto gravissimo perché distrugge una comunità politica trasformando i cittadini in sudditi
Del potere non si può fare a meno; per questo, occorre limitarlo. Scriveva
Hannah Arendt che il potere non ha bisogno di giustificazioni «in quanto è
inerente a ogni comunitá politica». Ciò di cui ha bisogno è la legittimità.
L´esercizio regolato e in pubblico del potere politico consente la limitazione
che meglio si accorda con la legittimità e la libertà individuale, ovvero con i
principi e la pratica della democrazia costituzionale. Arendt scriveva nel 1971, a commento di quanto
l´opinione pubblica americana stava scoprendo, grazie alla stampa: uno schema
di abuso sistematico di potere messo in atto dalla Casa Bianca per coprire il
ruolo dei servizi segreti e del Dipartimento di Stato in Indocina e in Vietnam
a partire dalla Seconda guerra mondiale.
Arendt metteva a nudo la manipolazione delle informazioni, la menzogna
scientemente orchestrata, la violazione della costituzione e dei diritti
civili. Coprendosi dietro il pretesto di fare gli interessi nazionali, i leader
americani si curavano invece di salvaguardare la loro immagine. Coprivano le
loro reali intenzioni e azioni per essere creduti limpidi dal pubblico.
Presumevano, dunque, che il potere politico fosse pubblico proprio mentre lo
usavano come un fatto privato – per questo la loro azione doveva restare
nascosta, perché impropria secondo le leggi, ovvero perché un abuso.
L´abuso di potere è un fatto gravissimo perché distrugge una comunità politica
trasformando i cittadini in sudditi, facendone oggetto di raggiro, mettendoli
nella condizione di non sapere e quindi di non poter giudicare con competenza,
lasciando chi governa nella straordinaria libertà di fare ciò che vuole.
L´abuso mina alla radice la fiducia senza la quale non si danno relazioni
politiche in una società fondata sul diritto. Il liberalismo ha colto al meglio
questo problema, poiché ha da un lato assunto che il potere è necessario, e
dall´altro che il suo esercizio stimola negli uomini la propensione a non
averne mai abbastanza e quindi ad abusarne. Il potere alimenta la passione per
il potere con un´escalation fatale verso il monopolio. Le costituzioni moderne
partono tutte dalla premessa che ci si debba sempre attendere la violazione e
l´abuso da parte di chi esercita il potere e per questo istituzionalizzano le
funzioni pubbliche e stringono il potere politico dentro norme rigide e chiare.
Da questa concezione liberale ha preso forma l´idea che l´unica legittimità che
il potere politico può acquisire è quella che viene dal rispetto delle garanzie
di libertà individuale e, quindi, dalla limitazione e dal controllo del potere
(limitazione nella durata e nell´intensità grazie alle elezioni, ai controlli
di costituzionalità e alla divisione dei poteri) attraverso vincoli che chi
governa non può manomettere. Violare i limiti che la difesa di questa libertà
impone equivale a mettersi fuori della legge (un fatto di sedizione che indusse
John Locke a giustificare la disobbedienza e la ribellione, aggiungendo con
toni sconsolati che purtroppo i popoli hanno più capacità a subire gli abusi
che a ribellarsi ad essi). Il potere che opera d´arbitrio non è più potere
politico, quindi, ma é dominio assoluto e dunque nuda forza che fa di chi lo
subisce un servo a tutti gli effetti. La differenza fra dominio e governo sta
tutta qui.
Le riflessioni di Hannah Arendt si adattano come un guanto a ciò che sta
avvenendo nel nostro paese. Il fatto che invece di una guerra ingiusta ci siano
in ballo relazioni erotiche con minorenni e giovani donne non cambia la natura
dell´arbitrio. Semmai la rende più sordida e avvilente. Ma anche nel caso
italiano la manipolazione, la confezione ad arte dei fatti, e il nascondimento
sono le armi usate da un governo, che, ci ha spiegato Giuseppe D´Avanzo, ha
istituito un "tavolo di crisi" per riscrivere "la verità del
premier sulla telefonata in questura". Al nascondimento del vero si è
aggiunto lo stravolgimento studiato dei fatti (con risvolti che mettono
l´Italia in pessima luce nelle relazioni internazionali) perché nella
telefonata fatta per convincere a rilasciare la minorenne si è detto che la
ragazza era la nipote del presidente egiziano Mubarak. Il presidente del
Consiglio italiano usa la sua autorità di garante dell´interesse nazionale per
coprire una sua azione illecita. Abuso a tutto tondo, e inoltre presa in giro
del proprio Stato e coinvolgimento mendace di uno Stato straniero.
In una democrazia costituzionale il Presidente del Consiglio e i ministri (il
potere esecutivo) ricevono legittimità dal patto fondativo che detta le regole
della loro designazione e della loro durata e, se necessario, della loro
destituzione per la possibilità di essere sottoposti alla giustizia ordinaria
"per i reati commessi nell´esercizio delle loro funzioni" in seguito
all´autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati
(Art. 96, il quale nella formulazione originaria del 1947, poi sopposta a
revisione nel 1989, era molto più severo e prevedeva la possibilitá della messa
in "stato d´accusa", una formula simile all´impeachment americano).
Queste regole e questi limiti definiscono quello politico come agire pubblico,
stabilendo che esso appartiene alla comunità politica e non a chi lo esercita,
il quale non può sostituire il suo personale giudizio su come relazionarsi alle
istituzioni a quello definito dalla legge, dalla quale egli dipende. L´abuso
blocca proprio la dimensione pubblica del potere rendendone l´esercizio un
fatto tutto privato; è a questo punto che il potere si fa nuda forza,
discrezione nella mani di chi lo maneggia, come strumento di privilegio. Il
governante che viola le norme che regolano il suo operato si impossessa del
potere e lo piega ai suoi interessi.
Repubblica 4.11.10

Precedente: Il “disordino” dell’istruzione tecnica e professionale








