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«Dicono che diventerò santo? Ma no, io sono uomo di potere»

Umberto Eco “intervista” Tommaso d’Aquino




Abbazia di Fossanova, 1274, vigilia della morte


ECO — Vi vedo sorridere, Maestro. Dunque non state così male.
TOMMASO — Sorrido perché sento che entro questa sera morirò. Forse domani mattina, ma le tenebre sono più propizie alla partenza. Ho dovuto arrestarmi presso questi cistercensi, mentre andavo a Lione, perché non mi sostenevo più in piedi. E, già debolissimo, con la mia povera mole avevo fatto tanta fatica a salire questa scaletta, stretta com’è, che mi viene da sorridere pensando agli sforzi che faranno questi buoni monaci a far discendere il mio corpaccio inerte.
ECO — Non siete magro, è vero, ed è curioso con la vita di penitenza e sacrificio che avete sempre condotto...
TOMMASO — Il mio male si manifesta, da anni, sotto forma di fame e sete incoercibili. E più ingrassavo, più per sottrarmi a questo stato di debolezza costante, che ora mi impedisce persino di scendere dal letto, mangiavo e bevevo. Ma siamo giunti al termine del viaggio. La mia urina, me l’ha fatta assaggiare ancora ieri il fratello erborista dell’abbazia, sa sempre più di miele. Mi si aprono piaghe sulla pianta del piede, i muscoli mi dolgono, ho crampi alle mani, e nausea. Mi sta sempre più scemando la vista e devo dettare tutto al mio segretario Reginaldo — e non sono sicuro di quello che scriverà, perché è volonteroso ma (detto fra noi, e non lo pubblichi) non è un’aquila. Insomma, tutti i miei sintomi — a detta dei medici — sono mortali... Certo, i miei quarantanove anni sono un’età ragionevole per morire. È vero che si va dicendo che la vita umana può arrivare sino a settant’anni, ma forse accadeva agli antichi, non a noi. Mi dicono che Abelardo o Riccardo di San Vittore hanno superato i sessant’anni, e persino il mio amato re Luigi ci è arrivato vicino, ma alla mia età è morto Severino Boezio, e più giovane ancora Ugo di San Vittore. E quanto ai maestri di noi frati mendicanti, san Francesco è vissuto quarantaquattro anni e san Domenico cinquantuno (né posso ardire di morire più anziano del fondatore del mio ordine). Non ricordo dove, credo in Francia, c’è una chiesa dove chi va in pellegrinaggio può ottenere di vivere sino a quarant’anni. Io sto appressandomi ai cinquanta senza esserci mai andato e dovrei ringraziare il cielo per questa indulgenza. Ma che guaio essere così grasso, vedete, non riesco a respirare.
ECO — In fondo a essere grasso vi siete abituato sin dalla giovinezza. I vostri condiscepoli a Colonia vi chiamavano il bue muto, non è vero?
TOMMASO — Il bue è un animale buono, ed è il simbolo di un evangelista.
ECO — Ma loro lo dicevano per beffarsi di voi. E prima ancora, nel convento dei domenicani, i novizi vi hanno fatto uscire un giorno dalla cella gridando che c’era un asino che volava, e poi si sbellicavano dalle risa vedendo che ci eravate cascato.
TOMMASO — Ma non hanno più riso quando ho detto che mi pareva più verosimile che un asino volasse piuttosto che un frate dicesse una bugia. Quando li ho visti così umiliati, ho capito che ero stato cattivo. Ma è la mia natura. Non so se andrò in paradiso, perché quando mi pare che qualcuno offenda la verità divento sferzante, mi batto sino a che non distruggo l’avversario.
ECO — Ne avete distrutti molti durante il vostro magistero.
TOMMASO — Pensavo fosse mio dovere. Ma ora mi chiedo se non fosse per orgoglio.

ECO — Tutti vi ritengono un santo...

TOMMASO — Suvvia, sono stato quello che si dice un uomo di potere. È difficile praticare l’umiltà quando ti accade, come mi è accaduto, di essere alla mensa di re Luigi, incapace di ascoltare quel che dicevano gli altri, e inteso ai miei pensieri, così che a un certo punto, colto da un’idea risolutiva, ho battuto il pugno sul tavolo come un ubriaco nella taverna, e ho gridato: «Questo regola il conto con i manichei!». Il priore di san Giacomo mi ha tirato per la tonaca e mi ha ricordato sottovoce che ero alla tavola del re, e già stavo arrossendo, quando il re ha chiamato un segretario e gli ha detto di portare da scrivere, perché se il Maestro, che ero io, aveva avuto un’idea così importante, occorreva prenderne nota. E voi fareste santo un uomo che poteva permettersi di dare un pugno sul tavolo alla tavola del re? Un uomo di potere non lo si fa santo, se non per ragioni politiche. Dio mi salvi da questa umiliazione. Ma poi, col mestiere che ho fatto, non era difficile passar per santo. Quando si dedica tutta la vita alla ricerca, non si ha tempo per mentire, ammazzare, commettere atti impuri, rubare, desiderare la donna e la roba d’altri. Ho sempre nominato il nome di Dio per ottime ragioni e mai invano, un domenicano ovviamente santifica le feste, ho onorato il padre e la madre anche quando volevano farmi violenza perché non mi facessi frate mendicante, perché loro mi volevano benedettino — sapete un figlio di famiglia nobile che diventa benedettino è destinato a divenire abate, vale a dire un’autorità, mentre un figlio mendicante è quasi una vergogna...

 

Corriere della Sera 21.10.10

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