A scuola di scrittura creativa si va anche per disimparare
Come partire da una visione, accostare concetti opposti, praticare la brevità
Ma è possibile insegnare scrittura creativa? Se è creativa come può esser frutto di una disciplina, di tecnica e lezioni? È un’obiezione che ho sempre condiviso, con due aggravanti. Una proviene dai guasti recenti della finanza creativa e di altri rami ove «creatività» è un eufemismo per dire improvvisazione, raggiro, fuffa, vaghezza.
Vieni avanti creativo è un modo di dire che allude a una specie di Cretino Liquido o Vaporoso, di Idiota Fumoso. L’altra aggravante odora di quel Sessantotto andato a male che fece della creatività, figlia della fantasia e dell’immaginazione, un assurdo alibi per la sregolatezza senza genio, per l’ignoranza passata per virtù, per l’assenza di limiti, norme e faticosi studi e per la giustificazione arrogante di tutto ciò che è spontaneo, emotivo, casuale. Sappiamo poi i risultati prodotti lungo la strada, l’assurda pretesa della creatività di massa in un mondo fondato sull’uniformità, il desiderio di distinguersi e uscire dall’anonimato attraverso percorsi prestabiliti e conformistici che in realtà portano proprio nel cuore dell’omologazione e del narcisismo di massa.
Più volte consigliai di vaccinarsi dalla creatività istituendo corsi
d’amanuensi per ricopiare con fedele amore e umiltà diligente i grandi testi
della tradizione. Ora mi trovo, per un curioso scherzo del destino, chiamato a
guidare un corso di scrittura creativa in Ascoli Piceno per un gruppo di
ragazzi. E l’impresa m’intriga e incuriosisce. Destino assurdo, non solo per le
cose già dette ma anche perché le scuole di scrittura creativa di solito sono
guidate da narratori come Giuseppe Pontiggia o Alessandro Baricco con la sua
celebrata scuola Holden, a editor come Raffaele Crovi e sceneggiatori come
Vincenzo Cerami, capostipite con la scuola di Omero. Ma affidarla a uno
scrittore scettico sul tema, a metà tra la filosofia e il giornalismo, è una
novità e una piccola sfida.
La scrittura creativa è una creatura americana, che discende da John Dewey,
filosofo utilitarista americano. Giunse tardivamente in Europa e da un
trentennio in Italia. Ma prima che divenisse una branca didattica fu un
contagio delle avanguardie, dai futuristi ai dada e ai surrealisti, che
decomposero il linguaggio canonico e deposero la bomba creativa. Ora vi sono
tanti corsi di scrittura creativa in giro, e i loro animatori si presentano
come «facilitatori». Definizione un po’ fatua; meglio sarebbe presentarsi come
maieuti, come diceva Socrate, figlio di una levatrice; o più semplicemente
ostetrici dei creativi in gravidanza. Senza pretesa di essere gl’ingravidanti.
Si può tirar fuori il creativo, incanalarlo, ma è raro riuscire a fecondarlo.
Quando sorse da noi la scrittura creativa, nei primi anni ’80, si dava per
scontato lo spegnersi fatale della scrittura. Siamo nella civiltà
dell’immagine, si diceva, è finita la civiltà del testo, c’è l’homo videns, si
scriverà sempre di meno. E invece nel giro di trent’anni la previsione si è
capovolta: gli sms, le mail, Facebook e Twitter sono stati un ritorno massiccio
alla scrittura. E per la scrittura creativa si aprono non solo le porte della
narrativa e della poesia, del web e del pensiero ma anche della musica e dello
spettacolo, della promozione e della pubblicità. Nella scrittura creativa gli
opposti s’incontrano: da un verso la scrittura creativa per essere efficace
dev’essere primordiale, elementare e magari lavorare sui 200 vocaboli che
costituivano il lessico di Guareschi e in versione chewing-gum costituiscono il
linguaggio basic del presente. Ma dall’altra la scrittura creativa è
immaginifica, oracolare, punta sullo stupore degli effetti speciali, scopre
risorse di comunicazione e dunque di lessico ignote ai più; ricercata,
esoterica.
Il problema di fondo è il movente, o mission, della scrittura creativa:
avvincere o convincere, stupire o sedurre, lasciare un’impronta nell’anima o
cercare un target, suscitare una suggestione o un desiderio. La creatività è un
piacere, a volte un’esuberanza, talvolta un fruttuoso business. L’antitesi
della scrittura creativa non è la tradizione ma la ripetizione, l’automatismo,
cioè il pensare, lo scrivere e l’agire meccanico che risponde a puri riflessi
condizionati, da automa. Anche se i surrealisti pensarono che la scrittura
creativa per eccellenza fosse la scrittura automatica, indotta da forze o stati
di delirio. Ma è possibile anche immaginare un uso creativo e trasgressivo,
della tradizione.
Quali possono essere i consigli per il giovin scrittore creativo? Provo a sintetizzarli nel palmo di una mano. Pollice: rendere estroversi i sogni e usare la scrittura come la continuazione del sogno con altri mezzi. Il creativo trasforma la parola in mito, piovuta dal cielo e non dalla grammatica. Alle origini c’è un’impronta visionaria, si scrivono immagini, si pensa per icone, e poi si scivola dalla mente agli occhi, conquistando gli altri sensi. Indice: per non disperdersi nella nebulosa onirica, lo scrittore creativo deve però puntare diritto al cuore del suo tema, indicare la meta.
L’intuizione originaria deve così comporre una scaletta di parole chiave, di situazioni su cui costruire poi l’ordito. Medio: nel medio sta l’equilibrio e qui la creatività deve planare sulla terra e sul territorio, attecchire alla realtà e al linguaggio corrente, tornare alla vita e rappresentare i suoi desideri (eros, l’eden, la nostalgia dell’infanzia, i genitori, Dio, la Casa, la Natura). Cercare di esprimere il comune in modo originale, l’universalità tramite la singolarità. Anulare: in sintonia col dito nuziale, bisogna sposare i contrari, congiungere i diversi. Creativo è colui che sa accostare cose remote, mondi diversi, concetti opposti o lontani; dilata o contrae gli spazi e i tempi, capovolge il loro senso ordinario, la loro proporzione, inverte le sequenze; la virtù del rovescio. Mignolo: infine, come il mignolo, praticare la virtù folgorante della brevità, del messaggio condensato nel minor numero di parole; esercitarsi all’arte dell’aforisma, antenato nobile degli sms e di Twitter, dei titoli e delle didascalie, e di tutto ciò che è sintetico. Rapidi ma densi.
Ecco, ora che gli abbiamo dato una mano, all’aspirante creativo sembrerà di stringere un pugno di mosche. Ma il resto, cioè quasi tutto, tocca a lui. Perché il resto è talento sensitivo, illuminazione, grazia, intuizione e chiarore, dono degli dei e intima complicità con le fate, magia di puntare diritti al cuore delle cose e delle persone. Le scuole ti danno un metodo che hai l’obbligo di disertare.
http://www.ilgiornale.it 04 giugno 2012

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