80 miliardi di rigore senza crescita
Nel quinquennio 2009-2014 le manovre decise da Tremonti, dal governo e dalla maggioranza ammontano nel complesso a 80 miliardi pagati ovviamente dai contribuenti
È sbagliato sostenere che Tremonti abbia ceduto alle pressioni congiunte di
Berlusconi e di Bossi rinviando il grosso della manovra (40 miliardi) al
biennio 2013-14. Il calendario era stato concordato da tempo con la Commissione di
Bruxelles: i conti pubblici italiani erano considerati in sicurezza fino al
2012 dopo le manovre effettuate nel biennio precedente. Ci voleva una manovra
ulteriore per arrivare entro il 2013 all´eliminazione del deficit ed entro il
2014 al pareggio del bilancio.
Perciò - l´ha sottolineato anche Napolitano - tutto procede secondo i ritmi
prestabiliti anche se il peso della manovra si scaricherà sui primi due anni
della nuova legislatura e del governo che ne sarà l´espressione.
Il Presidente della Repubblica ha anche osservato che decidere oggi quello che
dovrà avvenire tra due-tre anni vincola la responsabilità dell´attuale
maggioranza. È un auspicio che tenta di stabilire un collegamento e una
coerenza di comportamenti tra la maggioranza attuale e quella della nuova
legislatura, quale che ne sarà la composizione e il colore; ma è un auspicio
scritto sull´acqua perché, fermo restando il fine del pareggio del bilancio, i
modi per arrivarci riguarderanno il futuro Parlamento, il futuro governo ed
anche il futuro Presidente della Repubblica. Il futuro è sulle ginocchia di
Giove, ammesso che Giove da qualche parte ci sia.
Resta il fatto che nel quinquennio 2009-2014 le manovre decise da Tremonti,
dal governo e dalla maggioranza ammontano nel complesso a 80 miliardi pagati
ovviamente dai contribuenti. Bisogna a questo punto chiedersi a che cosa è
servito un prelievo di risorse così imponente ed anche quali sono i ceti che ne
hanno sopportato il maggior peso.
Prima però di rispondere a questi due interrogativi è opportuno ricordare che,
per quanto riguarda la manovra di 40 miliardi che avverrà nel biennio
2013-2014, è stata finora indicata la copertura per 18 miliardi (Sanità,
sfoltimento delle detrazioni, congelamento degli organici e degli stipendi del
pubblico impiego, tagli di contributi alle Regioni e ai Comuni). Per oltre 22
miliardi la copertura non è ancora nota ma dovrà esserlo prima che il decreto
(ma meglio sarebbe un disegno di legge) venga trasmesso al Parlamento.
È opportuno altresì ricordare che contemporaneamente al decreto (o disegno di
legge) concernente la manovra Tremonti presenterà anche una legge-delega per la
riforma del sistema fiscale. Si tratta di due operazioni strettamente connesse
che incideranno profondamente sull´economia reale ed anche sulla formazione
delle risorse e sulla loro distribuzione.
Fa molto bene il Presidente della Repubblica a raccomandare condivisione
politica su un fagotto di decisioni e di normative grosso come una montagna;
purtroppo anche questa sua raccomandazione, come l´altra già citata, è scritta
sull´acqua perché sia Tremonti sia Berlusconi sono disposti soltanto ad
accettare che l´opposizione voti le loro decisioni senza tuttavia modificarle
perché, come ha detto in proposito il ministro dell´Economia, “quattro deve
restare quattro”. E sono anche decisi - Tremonti e Berlusconi - a chiedere la
fiducia se lo riterranno necessario, per cui l´esortazione di Napolitano non
avrà alcun seguito.
Purtroppo non avrà seguito neppure l´osservazione che il Presidente della
Repubblica ha formulato dopo aver firmato il decreto sui rifiuti di Napoli.
Calderoli gli ha già risposto sprezzantemente a nome della Lega. La situazione
in casa leghista deve essere molto seria se Bossi e i suoi colonnelli trattano
con questa disinvoltura i suggerimenti del Capo dello Stato.
* * *
Consideriamo ora i due interrogativi che ci siamo posti: quali sono gli
obiettivi che la manovra voleva realizzare e chi ne ha sopportato il peso
maggiore. Con due necessarie premesse: l´intera operazione è avvenuta nel corso
della grande crisi internazionale che ha investito il mondo intero; la suddetta
operazione non contempla però le manovre che nel frattempo sono state compiute
dagli enti locali con le poche imposte delle quali essi autonomamente
dispongono e con i debiti che hanno autonomamente contratto, da aggiungere al
debito pubblico che riguarda direttamente lo Stato. Ed ecco gli obiettivi che
avrebbero dovuto essere raggiunti.
Un obiettivo politico che governo e maggioranza si erano posti fin dal 2001
(anzi fin dal 1994) fu la riduzione del carico fiscale. Ma questo impegno era
una falsa e irrealizzabile promessa e tale si è dimostrata. Tale resterà anche
quando nel 2014 la riforma fiscale sarà entrata in vigore.
Bisognava migliorare i servizi, statali e locali. Ma i servizi non sono
migliorati, semmai sono peggiorati.
Bisognava ridurre il debito pubblico. Il debito pubblico è aumentato,
attualmente viaggia al 120 per cento del Pil.
Bisognava creare una rete di protezione che desse un senso al lavoro flessibile
e impedisse che la flessibilità si trasformasse in precariato. Questa rete non
è stata costruita.
Bisognava ridurre le diseguaglianze sociali, ma le disuguaglianze sono
aumentate.
Bisognava accrescere la produttività e la competitività del sistema. Sono
entrambe fortemente peggiorate.
Bisognava bloccare la spesa corrente la quale è aumentata negli ultimi
vent´anni ad un ritmo medio del 2 per cento annuo. Bisognava far crescere gli
investimenti e quindi la spesa in conto capitale. È avvenuto esattamente il
contrario: la spesa corrente ha continuato nel suo ritmo di crescita del 2 per
cento e quella in conto capitale è praticamente vicino allo zero.
Bisognava sfoltire e semplificare la burocrazia e liberalizzare le procedure
che governano l´imprenditorialità. Non c´è stata alcuna semplificazione
nonostante il falò di leggi abolite dal ministro Calderoli; nessuno ha mai
saputo quali carte abbia bruciato quel folcloristico ministro. Sta di fatto che
l´obiettivo semplificatorio viene riproposto quasi una volta al mese da alcuni
anni. Se ne parla ancora nel progetto di riforma fiscale e se ne è parlato nei
recenti provvedimenti sullo sviluppo. Insomma è un mantra ricorrente da
vent´anni e mai realizzato. Sarebbe più serio non parlarne più. Doveva essere -
la semplificazione burocratica - parte integrante del federalismo, ma anche il
federalismo è rimasto allo stato larvale. Perfino i leghisti si sono ormai
accorti che con questi chiari di luna il federalismo è diventato una parola
vuota.
* * *
Tuttavia quegli 80 miliardi sono stati prelevati. Sono serviti a far diminuire
il rapporto tra spese correnti e Pil al netto degli interessi sul debito, ma
nel frattempo l´onere di quegli interessi è cresciuto. L´altro obiettivo di
quegli 80 miliardi è come sappiamo l´azzeramento del disavanzo di bilancio.
Dovrebbe avvenire entro il 2014. Incrociamo le dita.
Si aggiunga che i costi della politica non saranno toccati ora ma se ne parlerà
anche per essi nella prossima legislatura.
Questo è il consuntivo. Nient´affatto esaltante.
L´onere della manovra ha pesato finora interamente sul lavoro dipendente e sui
pensionati. Nel frattempo l´evasione fiscale è fortemente aumentata. La Guardia di Finanza e
l´Agenzia delle entrate hanno quest´anno recuperato 10 miliardi dall´evasione
ma nel frattempo l´ammontare complessivo dell´evasione è aumentato di 30
miliardi (cifre Istat, Banca d´Italia, Ministero del Tesoro): recuperano dieci
e perdono trenta.
Ci siamo scordati di qualche cosa? Sì, ci siamo scordati della crescita. Sia
l´Europa, sia la Bce,
sia il Fondo monetario internazionale ci hanno chiesto rigore e rilancio della
crescita. Il rigore c´è stato e continuerà, ma di crescita nemmeno a parlarne:
non c´è stata e non si prevede che ci sarà, l´encefalogramma dello sviluppo è
piatto da vent´anni e tale resterà fino al 2014. Berlusconi voleva, Bossi
voleva, ma mettevano una condizione: niente mani nelle tasche. Di chi? Dei ceti
abbienti. Tremonti li ha fatti contenti, la crescita aspetterà.
* * *
Nelle ultime ore i complimenti a Tremonti si sono sprecati. L´hanno ringraziato
tutti: i ministri, il presidente del Consiglio, i dirigenti del suo partito, i
giornali di famiglia, i cugini, anche quelli in quarto grado e oltre. Le
autorità europee. Ma di che cosa?
Il debito sovrano è sempre esposto a tutti i venti. Il rendimento dei Btp è
arrivato al 5 per cento, record storico. Il differenziale dei titoli italiani
rispetto al Bund tedesco viaggia oltre quota 200. Le pensioni minime sia
d´anzianità che di vecchiaia sono ferme a 500 euro mensili. I redditi sotto ai
30 mila euro sono tartassati, quelli sopra ai 70 mila sono favoriti dalla
riforma fiscale. Il peso delle imposte sarà spostato dalle persone ai consumi e
a i servizi.
Per sostenere i massicci rinnovi di titoli pubblici in scadenza, il Tesoro
premerà sulle banche affinché sottoscrivano a fermo. Proprio per questo il
ministro dell´Economia vuole che la
Banca d´Italia diventi una “struttura servente” del Tesoro.
Di che cosa dobbiamo dunque ringraziare Tremonti? Francamente non so
rispondere. Mi si potrà dire che poteva andare peggio, ma anche al peggio c´è
un limite e a me sembra sia stato toccato.
Post scriptum. Qualche giorno fa il giornale Il Fatto quotidiano ha inventato un “disparere” tra me e il collega Massimo Giannini, vicedirettore ed editorialista del nostro giornale, a proposito delle nostre valutazioni sul ministro dell´Economia. Informo i colleghi del Fatto quotidiano che noi di Repubblica lavoriamo in squadra, fermo restando che non ci sarebbe niente di strano se ci fossero pareri diversi in un libero giornale. Nella fattispecie però quei pareri diversi non ci sono stati. Giannini ha avuto una conversazione con Tremonti e ne ha fedelmente riferito il contenuto con notizie esclusive e importanti sulla manovra. Poi ha scritto alcune considerazioni critiche su quanto il ministro gli aveva comunicato. Due giorni dopo ho scritto un articolo sulla Banca d´Italia che è stato letto, vagliato, messo in pagina e titolato da Giannini. A Repubblica noi lavoriamo così e ne siamo molto contenti.
La Repubblica 03.07.11

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