1,3 per cento di crescita
In questo momento le energie riformatrici e le risorse pubbliche del paese vanno concentrate nella creazione di posti di lavoro veri e duraturi.
Dalla fine della crisi il pil italiano è cresciuto dell’1,3 per cento. A parte la Spagna (che ha registrato una crescita praticamente nulla: 0,3 per cento) l’Italia è il paese economicamente avanzato che è cresciuto di meno dopo aver fatto peggio degli altri durante la recessione (-6,5 per cento, contro il 5,1 dell’eurozona). In Germania il pil è cresciuto del 4,8 per cento, in Francia del 2,5 e negli Stati Uniti del 3,7.
Perché l’economia italiana fatica a ripartire? E come mai è così forte la differenza con la Germania, con cui abbiamo forti legami economici? In tutti e due i paesi le esportazioni sono ripartite bene, ma in Italia c’è stato anche un boom delle importazioni.
E poi c’è il mercato del lavoro. In Germania ha tenuto meglio: la disoccupazione è diminuita durante la crisi, e ora molte imprese tedesche lamentano carenze di personale e chiedono politiche migratorie meno restrittive. In Italia la disoccupazione è più bassa della media europea, ma è salita dal 6 all’8,5 per cento. Il dato non include i cassintegrati e i disoccupati che hanno smesso di cercare lavoro.
In questa situazione non ci si può stupire che i consumi di molte famiglie siano fermi. Continuare a ripetere, come fanno i nostri politici, che l’economia, le banche e le famiglie se la sono passata meglio degli altri non aiuta a risolvere niente. Se il mercato del lavoro non riparte, i conti in regola delle famiglie e delle imprese ci consentono al massimo una crescita anemica. In questo momento le energie riformatrici e le risorse pubbliche del paese vanno concentrate nella creazione di posti di lavoro veri e duraturi.
da Internazionale 19 novembre 2010

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