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Arendt

Arendt

Hannah

Hannah Arendt (1906-1975) «è una delle figure intellettuali più significative e complesse della cultura del ‘900. Ebrea, profuga, costretta fino all’età di cinquant’anni a vivere di collaborazioni editoriali, si definì costantemente come un’apolide, una sradicata, un pariah, sia della politica che della cultura. Testimone consapevole e sensibilissima degli eventi e delle tragedie del proprio tempo, si formò nelle università tedesche della Germania weimariana, studiando filosofia a Marburg con Martin Heidegger e a Heidelberg con Karl Jaspers […]. Fuggita con la madre dalla Germania nel 1933 dopo l’avvento al potere di Hitler, si trasferì prima in Svizzera e poi a Parigi dove sposò in seconde nozze Heinrich Blucher, divenne intima amica di Walter Benjamin, frequentò Raymond Aron, conobbe Bertold Brecht e lavorò per l’Agenzia ebraica occupandosi dell’espatrio degli ebrei tedeschi e austriaci dal Reich. Dopo l’occupazione tedesca della Francia settentrionale, venne internata in un campo dal governo di Vichy come straniera sospetta, ma venne rilasciata e riuscì a imbarcarsi con il marito a Marsiglia per New York. E negli Stati Uniti trascorse la seconda metà della sua vita, scrivendo opere importanti di filosofia e di teoria politica e analizzando con lucido coraggio e forte impegno civile i grandi eventi della società americana e della politica mondiale» (Alberto Martinelli). Tra le sue opere ricordiamo: Vita activa (1958), Tra passato e futuro (1961), La banalità del male (1963) e La vita della mente (1978).

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